VARESE Sandro Bardelli, storico timoniere dell’otto della Canottieri Varese, equipaggio che dominò la scena europea della specialità nel dopoguerra, se ne è andato in una calda mattina di agosto nella sua abitazione di Casbeno. Aveva novantacinque anni. Era nato nel 1914 come Gino Bartali. Il destino ha voluto che la morte di Sandro coincidesse con benauguranti imprese di altri giovani e titolati atleti varesini – Elia Luini, Andrea Lenzi, Pierpaolo Frattini – impegnati sulle acque polacche di
Poznan, dove sono in corso i campionati mondiali del remo. Nonostante il peso dell’età, Sandro non aveva mai smesso di gettare uno sguardo affettuoso e competente allo sport della sua vita. Due anni fa alla presentazione del volume " Varese una provincia con la cultura dello sport ", voluto dall’Università dell’Insubria all’interno della collana "La storia di Varese", aveva saputo controllare la pur visibile emozione, facendo brillante autoironia sulla sua condizione di ex atleta costretto inesorabilmente al divano.
Solo chi ha una qualche dimestichezza con lo sport remiero, sa che anche il timoniere, da cui dipende la linea di navigazione della barca, deve essere atleta vero, di riflessi prontissimi e sempre attento a non prendere peso per non zavorrare nemmeno di un etto la barca che nel suo caso era spinta da giganteschi colleghi capitanati dal capovoga Angelo Fioretti.
Tra i miei più vivi ricordi d’infanzia c’è lui in allenamento mentre, con agilità inesausta, nell’autorimessa della sua casa contigua alla mia, saltava la corda con la regolarità di un cronoman. Lo faceva di mattina presto, poi inforcava la bicicletta per raggiungere le "Mercerie all’ingrosso Vergani" di via Morosini dove ha lavorato fino alla pensione per poi mettersi in proprio a Casbeno, in piazza Libertà, aiutato dalla moglie Antonietta e dalla figlia Fernanda.
Nel 1949 ad Amsterdam l’otto della Schiranna rivinse per la seconda volta la medaglia d’oro agli europei. La cosa non fu gradita dall’Equipe, il grande quotidiano sportivo francese. Innervosita dalle sconfitte ciclistiche inflitte ai transalpini da Bartali (1948) e Coppi (1949), la redazione aveva sollevato dubbi sull’effettivo dilettantismo dei nostri atleti.
Ne nacque una polemica aspra rintuzzata dalla Gazzetta dello Sport. Per chiudere l’assurda querelle però, l’allora presidente notaio Luigi Zanzi e i dirigenti Clemente Larghi e Pio Gamberoni scrissero una bellissima lettera aperta al quotidiano parigino in cui spiegavano in dettaglio l’attività dei nove uomini d’oro (otto più il timoniere) della Schiranna precisando per ognuno i
dati anagrafici, l’attività professionale e in che modo e con quali mezzi raggiungevano il campo di allenamento. Dalla fine di febbraio – dice la lettera – tutti quanti raggiungono il lago in bicicletta e «finito l’allenamento ritornano alle loro case pedalando duramente sui 5 km di salita che portano a Varese ». Un altro mondo.Cesare Chiericati
e.marletta
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