Giappone; La crisi spinge su adesioni Partito comunista

Giappone; La crisi spinge su adesioni Partito comunista


Roma, 27 feb. (Apcom)
– In Italia sono fuori dal Parlamento, in
altri paesi del cosiddetto Primo mondo del sono letteralmente
scomparsi. Eppure, c’è una delle nazioni più sviluppate al mondo
in cui potrebbe tornare la falce e martello. Si tratta di una
delle grandi potenze mondiali in termini di prodotto interno
lordo: il Giappone. E’ di questi giorni la notizia che il Partito
comunista giapponese (Nihon kyosanto), per il quindicesimo mese
consecutivo, ha visto crescere il numero dei suoi iscritti.

Un risultato importante per una compagine politica che solo
pochi anni fa era data per spacciata. E per un partito che, per
quanto ancora poco rappresentato in Parlamento e accreditato solo
del 2-3 per cento dai sondaggi, sembra capace di andare a pescare
in un elettorato sempre più giovane ed esposto alla crisi
economica che, nel Sol levante, sta colpendo in maniera
particolarmente dura.

Nel mese di gennaio il Giappone ha registrato un crollo della
produzione industriale (-10%) rispetto a dicembre 2008, in
particolare nei settori chiave dell’auto e dei semiconduttori. Un
dato particolarmente preoccupante, che fa il paio con il calo del
5,9 per cento nella spesa delle famiglie su base annua. Segni di
una sofferenza, che non sembra aver riscontro nei dati ufficiali
sulla disoccupazione, oggi al 4,3 per cento, ma il cui meccanismo
di calcolo non è mai stato considerato ineccepibile.

E’ un fatto che a subire per primi il peso della crisi sono i
lavoratori precari e irregolari, quelli che fino a poco tempo fa
venivano chiamati “freeter”, con un’accezione positiva che
richiama la radice anglo-tedesca “free” (libero) e “arbeiter”
(lavoratore), e oggi invece “purekariaato”, che è un miscuglio
tra due parole italiane: “precario” e “proletariato”. Lavoratori
che sfuggono ai dati ufficiali, esponenti della cosiddetta “rosu
jene” (“lost generation”), come racconta Norma Field
dell’Università di Chicago sull’Asia-Pacific Journal. I
lavoratori precari sono un prodotto degli ultimi 20 anni,
un’anomalia nella tradizionale struttura del mercato del lavoro
nipponica, che faceva dell’impiego a vita uno dei suoi pilastri.
E sono tanti quelli il cui lavoro è già saltato: oltre 400mila
nell’industria manifatturiera.

Nel 2000 il Partito comunista aveva 500mila iscritti. Oggi sono
molto meno, circa 400mila. Tuttavia sono in crescita di almeno
mille al mese da 15 mesi. E circa il 20 per cento dei nuovi
membri del partito hanno meno di 30 anni, cioè erano bambini
quando cadeva il Muro di Berlino. Giovani che stanno trovando
nell’azione di quel partito delle proposte che l’attuale,
decrepito Partito liberaldemocratico (Jiminto) non sembra
riuscire a fornire. Non è un caso che il sostegno al governo del
primo ministro Taro Aso sia ai minimi storici, attorno al 10 per
cento.

Mos

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