Il Varese e l’eredità del Giuan Borghi

Il Varese e l’eredità del Giuan Borghi

VARESE Outsider. Il cavallo che nessuno immagina al palo d’arrivo, quello che non ruba l’occhio al tondino, ma ha il cuore forte, la rabbia dentro gli zoccoli. Il Varese è a due punti dalla serie B, non è mai stato così in alto, da un quarto di secolo non avvertiva il profumo della lotta al vertice del calcio, era reietto, confinato nel limbo degli anonimi, dei vinti. Scala la classifica senza apparente sforzo, arriva da lontano, dal fondo, da un mondo dove il luccichìo della fama è oscurato dalla fatica quotidiana di resistere, di credere ai sogni. La calma e il furore, il gioco duro e il grido del condottiero, le trasferte in quegli angoli d’Italia che nessuno più ricorda, paesi a volte antichi, a volte anonimi, dove la gloria passò assieme ad altre maglie.Outsider, mai favorito, ma tosto, ben allenato, rigoroso, lucido. Non è soltanto l’umiltà, il basso profilo, qui sono in gioco l’onore, la storia, il ricordo di chi volle Varese nell’olimpo, a qualsiasi costo. Un uomo burbero, che i tifosi portavano in effigie come un santo in processione lungo la pista del Franco Ossola, un presidente padre e nonno, consigliere e accusatore, un concentrato di passioni.«Ragassi, sü de doss, curì che dumeniga vengium». Le parole ruvide come una striglia, ma il cavallo di razza conosce il padrone e obbedisce al suo volere, perché lui è lì, in campo, in qualsiasi momento della partita, nei cuori e nei muscoli.Sannino, il mister d’acciaio, con la faccia qualche volta di bronzo, era bambino ai tempi del Giuan Borghi, non sapeva bene neppure dove fosse Varese, ma dentro di lui qualcosa già lavorava. La volontà e la passione, le stesse che occorrono per

far grande un’azienda, una città, una squadra.Il culto del lavoro, le incazzature solenni, i vaffa, ma anche gli orecchi tesi al più intimo suono di una confessione, con la voce di un ragazzo che mette a nudo i sentimenti, le paure, ma anche l’orgoglio. Il Varese arriva e colpisce, in silenzio, senza l’arroganza dei potenti, sicuro della propria rabbia e di una leggerezza di testa amica di chi non ha nulla da perdere né da rimproverarsi. Ragazzi come quelli del Borghi, di Comerio e della Cassinetta, che montavano lavatrici e frigoriferi, e la domenica erano lì, a Masnago, a fare i caroselli sulla pista e a vedere da vicino “el cumenda” che come loro urlava e saltava sulla sedia ai gol di Anastasi.«Ona pacciada al Bel Sit» per festeggiare la vittoria, larghi sorrisi, pacche sulle spalle, e via nello spogliatoio, a capire cosa c’è che ancora non va.Perché chi arriva da lontano, dal buio, perfeziona la propria rivincita nei particolari più minuti, quasi invisibili all’avversario, ma acuminati come le frecce di Robin Hood. Chi arriva da lontano macina chilometri, sa cosa sono l’impegno e la dedizione ai colori, il costruire gara dopo gara la reputazione di squadra, di gruppo, di famiglia, il guardarsi negli occhi a palla ferma e il ripartire dopo un gol preso, con la stessa serena volontà. Un Varese che lascia dietro di sé odor di buono, di genuino, e sale in alto senza alzare la voce, come già aveva fatto la squadra del funambolo Ascagni e di Salvi, sapiente regista, ormai trent’anni fa. In quello stadio, battuto dal vento del Campo dei Fiori, attraversato dai lampi della memoria, si accenderanno presto le luci, come per una festa. Mario Chiodetti

e.romano

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