VARESE (s. ba.) Dopo lo shock per l’esclusione del listino del presidente, il Pdl passa al contrattacco. A scendere in campo è il presidente Roberto Formigoni, i cui collaboratori hanno esaminato un quarto delle firme del listino del candidato di centrosinistra Filippo Penati «e di queste – fa sapere – 448 non sono risultate valide». Stando così le cose, anche l’ex numero uno della provincia di Milano sarebbe fuori. «Tante le irregolarità» nella raccolta delle firme – aggiunge – tra le quali quelle «dell’Italia dei Valori di Varese, che non ha indicato il luogo».Secca la replica del candidato della lista Di Pietro, Alessandro Milani: «Abbiamo raccolto più di 2500 firme, ne abbiamo scremate trecento e abbiamo selezionato tutte le 2200 presentate» fa sapere assicurando: «Ero presente al controllo, che è stato scrupoloso e posso assicurare che di irregolarità non ce ne sono». E ancora: «Abbiamo raccolto le firme sul serio, una per una, con il nostro autenticatore. Se Formigoni vuole dire qualcosa può farlo ma deve dimostrare ciò che dice. Personalmente ho in mano un documento del tribunale che dice che la nostra lista è regolare». Infine, la sciabolata: «Per nascondere i suoi errori e distogliere l’attenzione su di sé cerca di indirizzarla su altri, ma la verità è che le firme irregolari sono le sue, ed è lui che deve risponderne». Intanto, mentre si cerca una soluzione «politica» all’esclusione, il numero uno del Pdl provinciale definisce quel che sta accadendo un «fatto gravissimo» al quale rispondere con una «protesta, civile e legittima, ma incisiva». «Non posso fare anticipazioni su quello che sarà il terreno tattico su cui continuare ad affermare un diritto – spiega il commissario, senatore Antonio Tomassini – ma nell’ambito di questo contesto mi pare che, pur non essendo un complottista, rispetto alla fase iniziale dell’imprecazione e dell’autocritica sia difficile non vedere un
disegno ben più ampio, collegato a quelli degli ultimi anni». Ecco la tesi: «Quello che non si riesce a ottenere con metodo democratico, lo si cerca di avere con altri sotterfugi» e «quella che inizialmente era sembrata una disavventura dovuta a sprovveduti presentatori, oggi non appare più tale anche perché abbiamo preparato liste per quindici anni senza alcun problema». Tomassini e il partito insomma non ci stanno a restare fuori dal voto: «La democrazia deve ampiamente superare la burocrazia, non si può accettare un’elezione che vedrà assenti oltre il 60% degli elettori». Il coordinatore ricorda il precedente di quindici anni fa e ammonisce: «L’opinione pubblica è fortemente indignata». E si profilano manifestazioni di piazza, appelli al capo dello Stato o un provvedimento del consiglio dei ministri, «magari accompagnato a una critica con la quale dire che questo meccanismo di presentazione delle liste è complicato». Di attacco alla democrazia parla anche il gallaratese Nino Caianiello, area liberal, che vi aggiunge un appunto interno: «Chi vuole il Pdl e sta cercando di attuarlo sono solo Silvio Berlusconi e la parte laica a lui vicina che per coronare questo progetto ha dovuto subire una serie di angherie», dice ricordando come egli stesso sia stato una vittima di questo meccanismo: «Chi poteva rappresentare l’area laica è stato fatto oggetto di una serie di attacchi ed è stato escluso. Quindi, nel momento di difficoltà, bisogna capire chi, al di là di predicare bene, razzola male. Abbiamo per esempio persone che ricoprono più incarichi (coordinatore nazionale del partito, ministro e responsabile regionale del partito) e un presidente della Camera che continuamente cerca di rimarcare i distinguo a livello mediatico».Insomma, anche problemi interni: «Si è voluta mettere in difficoltà la composizione delle liste, chiuse all’ultimo momento, e questo è stato un ulteriore elemento di destabilizzazione». Ad ogni modo, la «campagna elettorale va avanti».
s.bartolini
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