Varese, l’angoscia in piazza Cgil: “Sciopero riuscito”

Varese, l’angoscia in piazza Cgil: “Sciopero riuscito”

VARESE Lo sciopero nazionale indetto dalla Cgil, nella provincia di Varese, ha totalizzato un’adesione a macchia di leopardo. In alcune aziende hanno partecipato il 40% dei lavoratori, in altre meno. «Si tratta di un buon risultato, tanto più che è il secondo sciopero generale in 15 mesi» ha commentato Franco Stasi, segretario della Camera del Lavoro di Varese. Affollata la manifestazione di piazza Podestà – 300 persone per la questura, 1000 per il sindacato – per chiedere stop ai licenziamenti, la difesa del posto di lavoro, la riforma degli ammortizzatori sociali e maggiori diritti per i lavoratori stranieri. Al centro della protesta anche la difesa dell’articolo 18, messo a rischio, secondo la Cgil, dalla norma sull’arbitrato contenuta nel ddl Lavoro recentemente votato in Parlamento. Sullo stesso documento altre organizzazioni confederali, associazioni imprenditoriali e parti sociali hanno invece trovato una convergenza d’intenti. «Purtroppo l’unità sindacale si è allontanata di nuovo in un momento così delicato» ha detto Stasi. I manifestanti provenivano da tutti i settori, terziario compreso. Pochi però i giovani, tanto che Stefano Landini, il segretario regionale Cgil, ha commentato: «Oggi i lavoratori più giovani e precari sono sottoposti a un ricatto di fondo. Nel giorno in cui si sciopera, loro sono nelle fabbriche e nelle imprese con meno di quindici dipendenti dove l’articolo 18 non si applica. Il nostro obiettivo è la sindacalizzazione di quelle imprese e l’allargamento delle tutele e dei diritti». Più numerosi gli stranieri in piazza, tra cui Papa Sow, africano del Senegal con alle spalle un vissuto di precarietà. A loro si è rivolto Jacques Amani, responsabile degli immigrati per la Cgil di Varese, che ha urlato dal palco «no taxation without representation. Solo così si potrà parlare di integrazione sociale». Si è parlato

anche della crisi che, secondo la Cgil, non accenna a diminuire. Trentatremila, infatti, sono i lavoratori coinvolti in procedure di licenziamento e mobilità o in cassa integrazione ordinaria e straordinaria, con un aumento di mille unità negli ultimi 12 mesi. «Chiediamo di fermare i licenziamenti, prevedono ammortizzatori sociali anche per i lavoratori precari» ha detto Piero Pizzo, segretario generale Filcams. Incisivo il discorso di Raffaele De Stefano, professore di lettere, che si è definito «precario di ruolo»: «Il 30% delle scuole della provincia ha il bilancio in rosso e i dirigenti sono costretti a chiedere un contributo alle famiglie per acquistare la cancelleria. Non ci sono i soldi per pagare i supplenti. L’anno prossimo nella provincia di Varese, con la riduzione delle ore settimanale di lezione negli istituti tecnici, salteranno 500 posti di lavoro». Sotto il palco, in mezzo alle bandiere rosse, immersi nella musica dell’«orchestrina del sonatore Jones», c’erano i lavoratori preoccupati per l’imminente pensione, come Paolino Bonifacio che è operaio dall’età di 15 anni. «Non riesco ad immaginare come sarà il futuro da pensionato». Tra i più giovani, Alfonso Salio, 43 anni: «Mia moglie è incinta ed è stata lasciata a casa dall’azienda dove lavorava quando le è scaduto il contratto, come una lavoratrice “usa e getta”. Ho un figlio di 8 anni e un altro che deve nascere. Sono preoccupato per loro». Nel gruppo anche parecchie donne. Come Raffaella De Grazia, appena tornata al lavoro dopo la maternità: «se non ci fossero i nonni non saprei dove lasciare mio figlio. Per una donna è difficile coniugare la vita famigliare con quella lavorativa, non si fa abbastanza per i diritti dei lavoratori». A unire tutti i lavoratori lo slogan della manifestazione: «Lavoro, fisco, cittadinanza, cambiare si può».Adriana Morlacchi

e.marletta

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