Pensioni degli statali: cinque proposte per la riforma

Pensioni degli statali: cinque proposte per la riforma

Roma, 24 gen. (Apcom) – Sono 5 le proposte per riformare il sistema pensionistico per i dipendenti pubblici avanzate dalla commissione di studio sulla parificazione dell’età pensionabile, istituita dal ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta. Una commissione creata dopo la sentenza della Corte di giustizia Ue che, il 13 novembre scorso, ha condannato l’Italia per il mancato adeguamento dell’età pensionabile tra uomini e donne nella pubblica amministrazione. La decisione europea obbliga quindi lo Stato a parificare l’età pensionabile dei dipendenti pubblici

(il limite attuale è di 60 anni per le donne e di 65 per gli uomini). Per evitare quindi “sanzioni per somme molto ingenti”, afferma la commissione, bisogna avviare una riforma in tempi brevi e possono essere seguite tre strade “più conservatrici”, con un intervento normativo limitato, o due soluzioni “più innovative”. Le proposte saranno presentate al governo per scegliere la più idonea e, per questo, gli esperti stanno verificando le conseguenze previdenziali, economiche e sociali di ciascuna delle soluzioni.

Per parificare l’età pensionabile nel pubblico impiego, spiega
l’organo creato da Brunetta, “le soluzioni astrattamente
prospettabili, limitando il più possibile il perimetro
dell’intervento normativo, sono tre”. La prima prevede di elevare
l’età pensionabile delle lavoratrici parificandola a quella dei
lavoratori, rendendo obbligatorio e non più facoltativo anche a
loro l’accesso alla pensione di vecchiaia a 65 anni. Questa
soluzione “comporterebbe risparmi di spesa”, ma senza un analogo
intervento sul settore privato “si aprirebbe un problema di
parità di trattamento nella normativa pensionistica riferita alle
lavoratrici tra settore privato e pubblico impiego”.

La seconda proposta, invece, punta a “estendere nel settore
pubblico anche agli uomini la facoltà di accesso alla pensione di
vecchiaia all’età di 60 anni, fermo restando il limite legale a
65 anni”. Questa soluzione “sarebbe onerosa per la spesa
pensionistica e, comunque, in contrasto con la tendenza generale
all’aumento della vita media e dell’età pensionabile”. Anche in
questo caso, poi, “verrebbe a crearsi una notevole disparità tra
i lavoratori del settore privato e di quello pubblico”.

C’è poi l’opzione di “fissare per entrambi i sessi il requisito
di età, per l’accesso facoltativo alla pensione di vecchiaia nel
settore pubblico, a un’età intermedia tra 60 e 65 anni (61, 62,
63, o 64 anni), con costi per l’erario da quantificarsi e
comunque crescenti in relazione alla diminuzione dell’età minima
stabilita, lasciando per tutti il limite legale a 65 anni”.
Sarebbe, in ogni caso, “una misura in contrasto con la tendenza
generale all’aumento della vita media e dell’età pensionabile, e
aprirebbe un’asimmetria nella normativa pensionistica riferita ai
dipendenti di sesso maschile tra il settore pubblico e quello
privato”.

Alle tre ipotesi “più conservatrici”, sottolinea la commissione
Brunetta, possono essere affiancate altre due “più innovative:
una riferita alla revisione dell’intero sistema pensionistico
pubblico, l’altra mirante a parificare e al contempo elevare per
entrambi i sessi i requisiti di accesso alla pensione di
anzianità nel pubblico impiego”.

La prima di queste due soluzioni prevede di “rendere applicabile
ai dipendenti pubblici il regime previdenziale dell’Inps,
considerato dalla Corte di giustizia di tipo cosiddetto legale”.
Questa soluzione “consentirebbe di mantenere la differenza di età
pensionabile tra uomini e donne ed escluderebbe la creazione di
una disparità nell’ordinamento interno tra dipendenti pubblici e
privati. Ma comporterebbe una profonda riforma di tutto il
sistema previdenziale, con l’assorbimento dell’Inpdap da parte
dell’Inps ed effetti per l’erario di difficile quantificazione”.
Bisognerebbe inoltre “verificare preventivamente la
percorribilità di questa soluzione con la Commissione europea”.

Con l’altra proposta, spiega la commissione, si fissa invece
“l’età della pensione di vecchiaia, uguale fra generi, a regime
nella pubblica amministrazione del nostro Paese nell’arco
flessibile dei 62-67 anni. Questa soluzione permetterebbe sia di
parificare l’età pensionabile tra uomini e donne, sia di elevarla
gradualmente, e quindi di ottenere per il sistema pensionistico
pubblico notevoli risparmi di spesa”. La soluzione “aprirebbe
indubbiamente uno squilibrio rispetto alle condizioni di
pensionamento nel settore privato, ma proporrebbe anche un
cammino di equiparazione delle opportunità e di prolungamento
della vita attiva che potrebbe prevedere una estensione anche al
privato”.

Quest’ultima scelta “potrebbe comportare rilevanti risparmi
all’intero sistema previdenziale italiano (pubblico e privato) e
consentire così di liberare le risorse necessarie a compensare
gli svantaggi ai quali sono esposte le carriere delle lavoratrici
dipendenti, aiutandole nella vita professionale e ponendo rimedio
ai problemi che possono incontrare durante la loro carriera
professionale”.

Qualsiasi riforma tuttavia, conclude la commissione, “deve
comprendere anche l’ideazione di un periodo transitorio di messa
a regime delle norme, durante il quale i requisiti di età per il
pensionamento di vecchiaia vengano elevati a gradini (ad esempio
di un anno ogni due anni)”.

Cep

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