Quarant’anni fa l’Ignis vinse il primo d’una serie di scudetti che avrebbero fatto epoca, insieme con Coppe dei Campioni, Coppe Intercontinentali, Coppe Italia. Ne aveva già conquistati due in precedenza, e nel ’66 s’era fregiata del titolo mondiale per club, però quel successo inaugurava un’inedita serie. Nasceva infatti, e ancora non lo si sapeva, il mito della Valanga Gialloblù. E nasceva nel segno dei giovani, proprio come adesso, nel segno dei giovani, si sta sprintando verso il ritorno in serie A. Lo spirito agonistico, l’impegno tecnico, l’osservanza tattica di Martinoni, Gergati, Passera e degli altri biancorossi d’oggi rinfrescano il ricordo dei fuoriclasse d’allora. E rispolverano la memoria del titolo tricolore della stella, dieci anni orsono, quando la città s’ubriacò di gioia per i suoi inaspettati eroi del parquet.Inaspettato fu anche il trionfo del ’69. Nell’estate precedente la società aveva deciso di cambiare registro: basta con i campioni affermati e un po’ indolenti; fiducia a un general manager non ancora di smagata esperienza, Giancarlo Gualco; squadra data in consegna a Nico Messina, subentrato a Tracuzzi nella seconda parte del precedente campionato, e dunque semiesordiente in A; ricorso a giocatori giovani. Si pescò dal vivaio e dalla Robur et Fides, che quanto a capacità di scovare talenti non era seconda a nessuno. Tornò dall’Onestà di Milano Aldo Ossola, gli venne affiancato in cabina di regia Dodo Rusconi, si puntò sul diciottenne Dino Meneghin preferendolo a Enrico Bovone, venne scelto sul mercato straniero non il solito americanone da piazzare sotto le plance, ma un messicano che s’alzava come un elicottero dagli otto-nove metri, stava miracolosamente su e bucava la retina come se disponesse della mitragliatrice. Era
Manuel Raga, sarebbe divenuto un idolo. A fare da chioccia ai baby venne chiamato Ottorino Flaborea, una sorta di Galanda di quel tempo: contava su qualche primavera in più dei compagni, ma lo spirito era d’un ragazzino. Anche fuori del campo. Vietato dall’allenatore il vino a tavola, Flabo s’accordava regolarmente con i camerieri dei ristoranti per farsene riempire le bottigliette marchiate Oransoda.Messina godeva di scarsa credibilità. Eppure ne capiva più di tanti professori del ramo. Meneghin l’aveva scoperto lui, convincendolo a partecipare alla leva organizzata nel ’62. A Rusconi si affidò con forza mentre tanti gliene denunciavano la (presunta) debolezza fisica. Sull’esplosione di Ossola, che nell’ambiente di Milano non aveva quagliato, ci giurò. E Gualco con lui. Ma, qualità tecniche a parte, fu l’animo del gruppo a dar corpo a una vittoria dopo l’altra. Avviatasi tra dubbi e scetticismi, la stagione finì in gloria ed entusiasmi perché con lo scudetto arrivò anche la Coppa Italia. E soprattutto arrivò, se così si può dire, la certificazione di un dna che sarebbe rimasto e durato "for ever". Sino al ’69 si era infatti vinto, quando si era vinto, in virtù d’una superiorità dovuta ai mezzi economici: molte stelle, molte affermazioni. Dal ’69 in avanti si vinse, e si continuò a vincere a lungo, per aver saputo credere nella rivoluzione, nella gioventù, nella fantasia. E naturalmente nella varesinità e nel suo cuore vero. Come sta accadendo alla Cimberio del 2009.Max Lodi a.confalonieri
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