SARONNO Iven e Preethika Davind hanno lasciato l’Italia. Hanno abbandonato quel Paese nel quale, quindici anni fa, avevano riposto mille speranze, e che invece li ha ricompensati strappando loro il bene più caro: il piccolo Tharusha, morto in ospedale ad appena 3 anni e 10 mesi. I Davind sono tornati nello Sri Lanka, la loro patria. Anche perché il loro piccino che non c’è più riposa dal 2007 nell’isola. Insieme a Iven e Preethika sono partiti gli altri due figli: quello grande, ormai adolescente, e la bimba nata dopo la tragedia: si chiama Tharushi, per ricordare il fratellino scomparso.Ieri il tribunale di Varese ha vissuto un’altra udienza del processo a carico della pediatra dell’ospedale Dal Ponte Manuela Deiana (difesa da Sergio Puerari), e del chirurgo dell’ospedale di Circolo Franco Pavesi (difeso da Fabrizio Busignani). Entrambi sono imputati per omicidio colposo: secondo la pubblica accusa, avrebbero potuto e dovuto salvare il bimbo, spirato dopo un’agonia durata più di un
giorno. La novità è che la famiglia Davind non è più parte civile. Giacomo Garancini, l’avvocato che tutela la famiglia di Tharusha in sede civile, ha raggiunto un accordo stragiudiziale con l’azienda ospedaliera di Varese. Bocche cucite sull’entità del risarcimento economico: si parla, comunque, di centinaia di migliaia di euro. Ma i soldi, per quanti possano essere, non possono compensare la perdita di un figlio. L’udienza di ieri ha visto una lunga sequela di periti: sia quelli di parte, sia quelli della pubblica accusa. Ognuno ha raccontato la propria verità. Tant’è vero che adesso anche la causa di morte è messa in forse. Finora si era parlato di una subocclusione intestinale o, in alternativa, di una polmonite ab ingestis (secondo i manuali, «un’affezione polmonare dovuta all’inalazione di secrezioni infette provenienti dalle cavità nasali e dall’orofaringe»). Ieri è spuntata anche l’ipotesi di una sindrome da choc multiorgano: se fosse accertata, le presunte responsabilità dei medici verrebbero rimesse in discussione.
e.romano
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