A Varese una città fantasma Ecco i gioielli finiti in disgrazia

A Varese una città fantasma Ecco i gioielli finiti in disgrazia

VARESE Città giardino nella provincia industriale, a Varese sono tanti gli edifici fatiscenti ma, con o senza piano di governo del territorio, l’amministrazione ha le mani legate.

Se da un lato c’è una legge regionale del 2007 che permette al Comune di procedere con l’esproprio qualora il privato non intervenga, dall’altro c’è il Comune che non ha i soldi per farlo. Così anche l’atteso Pgt non farà le veci della bacchetta magica. «Può sollecitare l’intervento, ma non è la soluzione», spiega l’assessore all’Urbanistica, Fabio Binelli.

L’ultimo risultato della situazione intanto si è visto qualche giorno fa. Un vecchio stabile in via Gasparotto perdeva calcinacci sulla carreggiata ed è stato abbattuto per ragioni di sicurezza. Ma a voler cercare edifici dismessi, commerciali o industriali che siano, c’è da perderci una giornata.

C’è l’ex Malerba di via Gasparotto in attesa di intervento con il piano integrato che porterà in contro partita la bretella Gasparotto-Borri. C’è l’ex Aermacchi in via Sanvito, 33mila metri quadrati a due passi dal centro.

Sempre in centro, l’ex ufficio di igiene pubblica in via Staurenghi, uno dei pochi edifici pubblici in disuso. C’è anche l’ex Praferri a Biumo Inferiore, e poi c’è l’ex Ina-Assitalia, nel comparto via Casula e via Adamoli, dismesso o quasi, davanti alla stazione Nord. Un tempo era pieno di negozi, ma oggi restano un pub, la Combipel, e un grosso parcheggio non più agibile, contornati da locali in disuso.

Ampia scelta poi tra Belforte e la Valle Olona. Tra gli immobili messi peggio ci sono l’ex conceria Fraschini in via Merano (Valle Olona) e l’ex conceria Ghiringhelli, in via Dalmazia; quest’ultima paradossalmente si trova con una facciata disastrata eppure vincolata dalla Soprintendenza. Nemmeno la parte opposta della città si salva. A Capolago, ad esempio, ci sono delle enormi serre abbandonate da vent’anni.

Si tratta nella quasi totalità dei casi di proprietà private. «La legge regionale del 2007 dà al Comune uno strumento utilissimo», spiga Binelli: «si può chiedere al privato di presentare un progetto di intervento entro un certo periodo di tempo; se non lo presenta, il Comune è autorizzato a procedere con l’esproprio. A quel punto può scegliere di fare un progetto al proprio interno oppure di aprire una gara».

Scelta che a Palazzo Estense non si è mai presentata, per una ragione molto semplice: la legge è utilissima, appunto, ma è inapplicabile nello stato in cui versano le finanze dei Comuni.

«Abbiamo chiesto l’intervento dei proprietari in diversi casi ma quando scadono i termini e non ci presentano progetti, ci scontriamo con il problema dei soldi che non ci sono e quindi non possiamo espropriare le aree». Inoltre, se per qualunque ragione si trovassero i soldi, non si potrebbero spendere per il patto di stabilità. «È una legge buona che quando ci sarà un vero federalismo fiscale consentirà di intervenire davvero, ma per adesso è inutile».

Guardando la mappa cittadina si nota che tra gli immobili dismessi quelli industriali sono una parte marginale. «A parte poche eccezioni a Varese non sono mai esistite grandi aree industriali», osserva Binelli, «ci sono invece moltissime piccole aree con le più varie destinazioni d’uso che rendono il recupero più complicato. Abbiamo perfino due cinema dismessi, il Vittoria e il Politeama, e abbiamo qualche piccolo supermercato».

Se il pgt non può essere considerato la soluzione, potrà e dovrà stimolare l’intervento attraverso due leve: cambiare destinazione d’uso alle aree dove sorgono i vecchi immobili, o concedere più volumetria. «Il rischio speculativo c’è sempre», chiarisce l’assessore, «l’unica cosa che possiamo fare, e lo faremo, è imporre che una quota della rendita vada alla pubblica amministrazione».
Francesca Manfredi

s.bartolini

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