Non c’è pace per il mondo della scuola e per le sue future cattedre.
Anche quest’anno l’agosto è bollente, persino nella fredda provincia di Varese. E la colpa è tutta degli scivoloni ministeriali comparsi qua e là nelle domande a risposta multipla previste dalle prove per l’accesso al Tfa (Tirocinio formativo attivo, il corso universitario a numero chiuso che dal 10 settembre 2010 dà l’abilitazione all’insegnamento).
Gli esami ormai si sono conclusi e già si parla di ricorsi. Una beffa nella beffa per chi s’è spaccato la schiena sui libri, anche a Varese. E un nuovo rischio paralisi in aula.
Sono molti, venendo al cuore del problema, gli aspiranti docenti della nostra provincia che si sono cimentati nelle prove con l’obiettivo (o forse solo sogno?), di diventare di ruolo.
E tra loro, oggi, prevalgono amarezza e delusione perché, concordano, «il criterio adottato per valutare un bravo insegnante non può essere quello delle risposte multiple». Nozionismo e ambiguità nelle domande come nelle risposte, questo è il problema (e non è l’unico). «Il test era pieno di errori ed era simile a un gioco di Bonolis o Jerry Scotti» è la constatazione di , docente di lingua e letteratura inglese di Laveno, che aggiunge: « L’ho trovato poco umanistico».
E inadatto a valutare i futuri prof. «Un bravo insegnante si fa amare dai propri ragazzi, è abile nel creare un rapporto di rispetto reciproco e gli alunni seguono con interesse le sue lezioni. Non è quello che risponde ai quiz».
«Ho trovato molte risposte ambigue per quanto riguarda l’economia, mentre nel test di matematica due minuti per quesito erano troppo pochi e il tempo non era sufficiente» incalza Roberto, professore di matematica ed economia aziendale che, sul criterio di selezione, non ha dubbi: «Sarebbe meglio un test scritto con risposte aperte e una prova orale».
, insegnante di Storia dell’Arte, non boccia l’ultimo test : «Nella maggior parte dei casi le domande erano facili o arrivabili, almeno ragionando sulle risposte possibili».
Detto ciò, l’amaro in bocca rimane anche a lui: mancano in questi test componenti più importanti da verificare, come «la capacità di rapporto e le competenze relazionali, al di là di tanta ideologia a sfondo psico-pedagogico. Se uno è serio sul suo lavoro, ha modo di insistere studiando, aggiornandosi ben oltre la formazione in università. Bisognerebbe che una commissione abilitante avesse modo di conoscere i candidati alla professione docente per vederli in azione».
Dubbi anche per Maddalena, aspirante insegnante di tedesco: «Una gran confusione, la prova è gestita male, ci sono rigidità su cose assurde e troppa elasticità su altre, che invece la richiedono». Lei è una delle poche che ce l’hanno fatta: ha superato il test del 2012 per inglese.
E l’abilitazione? «L’esperienza è stata positiva per il confronto con i colleghi, le conoscenze e l’aiuto reciproco e perché senti che ci si sostiene a vicenda nel momento delle difficoltà. Ma l’organizzazione era un incubo, ritmi e richieste folli per chi lavora e ha una famiglia ma allo stesso modo tiene alla scuola e al proprio lavoro e cerca di dare il meglio ai propri studenti. Assurde anche le pretese nozionistiche anche quando in realtà i corsi non davano altrettanto. Più una prova di resistenza fisica e mentale che un corso da cui apprendere qualcosa».
Forse non è questo quello in cui speravano quanti sognavano di vestire i panni del professor , nell’ “Attimo fuggente”, strappando le pagine di critica letteraria e declamando le poesie ai suoi ragazzi.
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