SASSARI Non bastava un Sacchetti a sfidare Varese, non bastavano le alchimie del Meo in panchina e la sua capacità di far giocare bene le sue squadre, no. Domani i Sacchetti da provare a battere saranno due: uno che nel passato ha fatto grandi i colori biancorossi e che oggi è diventato un grande allenatore, e suo figlio che in campo sta facendo vedere belle cose.
Lui si chiama Brian, e domani giocherà contro un pezzo della sua infanzia: «A Varese – dice – sono nato e cresciuto, a Varese ho tanti amici, con la maglia di Varese ho giocato nelle giovanili: ovvio che quella di domani non sarà una partita normale. Ma non credo che sarò emozionato: le gambe mi tremano quando gioco a Masnago, non in casa».
E meno male: lo scorso anno a Masnago lei fu uno dei protagonisti del colpaccio…
Ricordo bene quella partita: eravamo contati e malconci, senza un paio di giocatori importanti, ma riuscimmo comunque a centrare una vittoria fondamentale. E io, davvero, giocai alla grande.
Varese per lei, in una parola?
Ricordi.
Sogna ancora di vestire, un giorno, il biancorosso?
Quando avevo 14 anni sognavo di giocare per Varese, era quasi un’ossessione, qualcosa che volevo accadesse. Oggi, no: sono cresciuto e maturato, e non ho più i sogni di ragazzino.
Quindi, se la chiamassero direbbe di no?
Adesso non esageriamo. Qualche anno fa era un sogno, oggi è qualcosa che mi piacerebbe fare. Qualche anno fa ci pensavo tutti i santi giorni, oggi ho imparato ad apprezzare quello che ho. Qui a Sassari sto benissimo, il posto è meraviglioso e la società è seria: non potrei chiedere altro.
Sia sincero: come ci si sente a essere allenati dal proprio padre?
È difficile, è particolare, è strano. Ormai gioco per lui già da due anni, e le cose si sono sistemate: ma all’inizio non è stato facile. Io continuo a vederlo come mio papà, anche durante gli allenamenti: e mi comporto come un figlio con il padre.
E cioè?
Se ho qualcosa da dirgli, gliela dico senza farmi troppi problemi e senza giri di parole, rompo le scatole, rispondo. Non sempre c’è quel rapporto che invece dovrebbe esserci tra giocatore e allenatore.
E il Meo, come la prende?
Semplice: si incazza. Perché lui vorrebbe che parlassi molto meno, perché gli piacerebbe che io mi allenassi di più e meglio, perché non vuole che io gli risponda ogni volta. Ma va bene così: ho fatto una scelta precisa, e la voglio portare avanti.
Ci spieghi la scelta.
Venendo a Sassari, sapevo che avrei trovato mio padre sulla panchina. Ho deciso di venire qui per mettermi alla prova: volevo provare a diventare un giocatore di basket anche con mio papà come allenatore. Un’esperienza in più nel curriculum.
Domani chi vince?
Domani vinciamo noi: garantito.
Ci perdoni: con “noi” intende Sassari o Varese?
Sassari, ci mancherebbe. Vinceremo noi, anche se sarà una partita tutta da giocare e bellissima da vedere. Varese è un’ottima squadra ma noi la conosciamo bene, avendola affrontata in precampionato e avendola studiata in questi giorni. È un gruppo pieno di talento e molto fisico. Ma sappiamo cosa fare.
Francesco Caielli
s.affolti
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