Roma, 3 giu. (TMNews) – Poche cose fanno più paura dell’idea di un’infezione incontrollabile, scrive oggi il New York Times che cita però alcuni esperti americani sull’epidemia diarroica provocata dal batterio E.Coli: esperti che criticano la gestione europea dell’emergenza, negano che il batterio in questione sia poi così pericoloso e affermano che usare gli antibiotici è una pessima idea.
L’epidemia finora ha infettato oltre 1.500 persone prevalentemente in Germania e ne ha uccise 17, quasi tutte in territorio tedesco. Però secondo Timothy Jones, capo epidemiologo del Tennesse, “usare termini come batterio killer mutante è irresponsabile. Tutti i batteri mutano, e un ceppo particolarmente virulento non è raro”.
Soprattutto, le autorità sanitarie statunitensi sembrano preoccupate dalla notizia che l’epidemia europea è provocata da batteri che resistono agli antibiotici. Ma non perchè questo significa che il batterio E. Coli in questione sia particolarmente pericoloso, bensì perchè a loro parere questo significa che gli europei stanno combattendo male l’infezione. Negli Stati Uniti, scrive il New York Times, è dato per acclarato che l’E.coli non va affatto curato
con antibiotici, anche se appartiene a un ceppo sensibile a questi farmaci, tanto più se poi il ceppo mostra segni di resistenza. Secondo Phillip Tarr, docente di pediatria alla Washington University, “gli antibiotici somministrati in caso di ceppo resistente servono solo a dare a quel batterio un vantaggio competitivo rispetto agli altri batteri intestinali che reagiscono ai farmaci, il risultato è che l’ambiente è ancora più favorevole all’infezione”.
Invece i pazienti che soffrono di diarree emorragiche dovrebbero essere ricoverati in isolamento (perchè contagiosi soprattutto in ambiente domestico) e sottoposti in primo luogo a terapie idratanti. L’infezione rilascia una tossina che viene assorbita dal sangue e provoca dei coaguli particolarmente nocivi per i reni, organi pieni di capillari. E un blocco renale può essere fatale. Il miglior trattamento rimane la somministrazione intravenosa di fluidi.
Infine, gli americani ritengono che il ceppo identificato, che sarebbe il E. coli 0104:H4, non sia poi così raro. “L’abbiamo visto prima” dice Robert Tauxe, vicedirettore delle malattie batteriche e trasmesse per via alimentare al Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta. Che sia resistente agli antibiotici però pare effettivamente una novità: “Dov’è stato questo organismo per aver sviluppato queste resistenze?”. E si torna al punto di partenza: l’abuso degli antibiotici, anche per ingrassare animali da macello come i suini.
Di fronte all’evidenza difficoltà di isolare la causa dell’infezione, una chiara lezione dovrebbe essere che il cibo si contamina anche nel nostro ricco mondo occidentale. Per Michael Osterholm, direttore del Center for Infectious Disease Research dell’University del Minnesota, “ci piace illuderci che siano i cibi provenienti dal terzo mondi quelli a rischio. Ma la sicurezza alimentare è un problema ovunque”. E lo sanno anche negli States dove nell’ultimo decennio ci sono state varie ondate di allarme per epidemie provocate da pomodori, lattuga e spinaci.
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