VARESE L’ultimo grande Varese è stato una loro creatura. Erano sei anni che mister Mario Beretta e il direttore Stefano Capozucca non si sedevano fianco a fianco dalle nostre parti: è successo l’altra sera. Costruirono la scalata alla B sfumata negli sfortunati playoff col Cittadella (anno di grazia 2000) e furono le prime vittime della sciagurata gestione Turri (anno di tanti rimpianti 2002).
«MERITAVAMO LA B»
Il benservito a Capozucca fu la madre di tutte le mosse suicide: rescisse il contratto e lo stadio gli tributò una standing ovation. L’immagine più malinconica resta quella di Cittadella: il direttore rimasto senza sogno che fuma nervosamente a capo chino. Furono le uniche due volte in cui quest’uomo schivo e diretto pianse in pubblico.
Capozucca, cosa rappresenta Varese per lei?
La tappa fondamentale della mia vita da dirigente. Senza quegli anni a Masnago tante cose belle non mi sarebbero mai accadute. Abbiamo vinto campionati e coppe Italia, lanciato giovani, ottenuto riconoscimenti importanti.
Nove stagioni in biancorosso, ripartendo dalla D: il momento più bello?
Lo spareggio per la B perso col Cittadella: eravamo più forti, meritavamo noi. Ho ancora il rimpianto: all’andata vincemmo 1-0, al ritorno colpimmo una traversa, perdemmo Mandelli e Pellissier, mica due qualsiasi, ci fu negato un rigore e ce ne fischiarono uno contro. Uscimmo a testa altissima.
E il più brutto?
Quando me ne sono dovuto andare. In società s’era defilato Milanese, e i margini di manovra erano scomparsi. Alla mia ultima gara la gente di Masnago mi dedicò un omaggio che mi fa venire la pelle d’oca ancora adesso. Sono emozioni che ti entrano dentro.
Pensava che il Varese sarebbe finito così male di lì a poco?
Milanese agì in buona fede, era convinto di proseguire il ciclo felice. Purtroppo i Turri si rivelarono inadeguati.
Una quindicina di giocatori portati a Varese da lei sono arrivati in serie A e B.
Un po’ di fiuto ci sarà stato, ma è stata soprattutto fortuna e volontà dei ragazzi. Penso a Balzaretti: nella Primavera del Torino non giocava, lo prendemmo noi ed esplose. Avrei scommesso su Porro, invece si è perso: peccato.
Ha scoperto lei Beretta, a Corsico.
Era già allora uno da serie A. È giovane: di questo passo, prima o poi approda sulla panchina di una grande.
Il Varese si arrampica dall’ultimo al terzo posto. Consigli?
Non mi permetto: Luca Sogliano e Sannino lavorano benissimo e sanno cosa fare. Conoscevo già questo allenatore: è in gamba e vince spesso, non è un caso. Manco da due anni al Franco Ossola, ma se c’è qualcosa da festeggiare a fine stagione mi presento, felice come un bambino.
«MERITIAMO LA C1»Prima di spiccare il volo da Masnago ha allenato Pro Patria e Saronno, centrando e perdendo i playoff. Oggi Mario Beretta guida il Lecce: un gentleman che il calcio italiano segue con affetto.Beretta, tutto cominciò qui da noi.Venivo dal Corsico, esordii tra i professionisti con la Pro Patria, poi passai al Saronno. Squadre forti e dirigenze capaci: ho imparato molto. A Varese furono tre anni meravigliosi: con gente come Milanese e il direttore Capozucca, gli artefici principali, era facile lavorar bene. Sono rimasto in contatto con molte persone conosciute allora: era un ambiente speciale.Lei fu il secondo epurato della gestione Turri.Verso fine stagione si sentivano sinistri scricchiolii: in campo mancammo i playoff per lo sfortunatissimo 2-2 interno con la Triestina, ma in società era evidente che qualcosa si stava rompendo. Andai a Terni, in B, e da lì assistetti con tristezza al crollo verticale.Avete scoperto tanti giovani poi diventati protagonisti.Il direttore aveva un fiuto eccezionale. Sapeva vedere la persona dietro
al giocatore, sceglieva solo ragazzi con valori umani e caratteriali forti. E non dimentichiamo “vecchi” come Borghetti e Brancaccio, che hanno fatto molto per il Varese.Ora gioca per la salvezza. Fino a quando?Mai più avrei pensato di arrivare a questo punto: ho superato le 150 panchine in A e sono vicino alle 500 da professionista. Qui a Lecce, come a Siena, a Parma e al Chievo, l’obiettivo è la permanenza, che vale uno scudetto. Però è giusto nutrire ambizioni, aiutano a migliorarsi. Se un giorno chiamerà una grande ci andrò di corsa.La Pro Patria è in testa, il Varese è in zona playoff.Le seguo sempre. I tigrotti sono partiti in quarta, poi hanno avuto un lieve calo e infine sono tornati a correre: se si esce da una crisi vuol dire che ci sono i mezzi per arrivare in fondo. Il Varese ha fatto una strepitosa rincorsa: ha le qualità tecniche e la mentalità adatte alla categoria. E poi l’appetito vien mangiando…Stefano Affolti
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