BUSTO ARSIZIO Il Pd prova ad essere competitivo in una terra dove, parole del segretario Pierluigi Bersani al termine della due giorni di assemblea nazionale a MalpensaFiere, «non siamo stranieri». Minoranza sì, «Bossi e Berlusconi hanno fatto una cura al Nord dal 1994 a oggi ma lo hanno tradito. E hanno tradito l’Italia». Bersani lo sa che qualche chilometro oltre c’è Cassano Magnago, casa di Bossi. E che basta percorrerne qualcuno in più per arrivare ad Arcore. E sa pure che le partite Iva – ma da qualche tempo anche gli operai – hanno preso a indossare la pochette verde. Eppure ne è convinto: «A Varese è successo qualcosa». Primo: il Pd s’è ritrovato unito (le parole di Franceschini ne sono state la sintesi), e s’è riscoperto un «bel partito», che «gli altri non rispettano abbastanza ma che rispetteranno, se per primi ci rispetteremo noi». Secondo: il Pd s’è stufato di «veder le gazzette piene» delle proprie faccende interne e ha voglia di parlare di fatti. Terzo: il Pd ha trovato proposte nuove di governo: fisco («la finanza paghi i disastri della finanza» e no al «federalismo immaginario, senza i numeri»), scuola («hanno dato una botta al sistema del sapere»), lavoro ed equità («vogliamo bene alla piccola impresa, agli artigiani e a chi lavora bene»), distanza netta tra produttori ed evasori. Quarto: da Varese devono partire la svolta e una nuova capacità di moral suasion da parte di un partito aperto ma non nel solco dell’Unione, che ha fallito perché non sapeva mantenere le promesse. «È il nuovo Ulivo il cuore dell’alternativa di governo». A lunga gittata apertura alle alleanze: «Il Pd discute con tutti, a cominciare dalle forze del centrosinistra, ma abbiamo il nostro progetto e non saremo gli utili idioti di qualcun altro. Spero sia chiaro anche a casa nostra». Questo il monito del segretario che pensa alla fine del berlusconismo, «che detiene il consenso anche se affronta un momento critico (con la Lega che fa da sottovaso a quello che perde il Pdl)» e «che è nella fase più pericolosa, perché non c’è un nuovo orizzonte da proporre, c’è solo la forza da usare». Una forza che può stare anche nel ricatto.
«Il centrodestra è in crisi» e sui problemi attua «una politica di distrazione» ma è «inutile che traccheggi tra polenta e pajata, o tra la cazzuola e i cannoli di Cuffaro. La crisi deve essere dichiarata, questo governo deve rimettersi nel solco delle procedure costituzionali. Ma non possiamo andare alle urne con questa legge elettorale che consente di nominare i parlamentari e metterli al comando di uno solo. Il Paese deve guardare avanti, non può avere la testa rivolta all’indietro, e il governo di transizione sarebbe un passaggio per preparare progetti nuovi. Noi li stiamo predisponendo». La colpa del declino? Del premier ma anche della Lega. Insieme, «avendo azzoppato il Nord hanno azzoppato l’Italia. Qui a Varese è successo qualcosa, abbiamo lanciato un messaggio nuovo e se prenderà le gambe per camminare faremo bene al Nord e al Paese».Il punto è: l’egemonia di Bossi e Berlusconi «ha stoppato la voce al centrosinistra, che non le ha fatte tutte giuste» ma non ha portato risultati: «Fisco, burocrazia, infrastrutture, che risposte sono venute al Nord? La Lega è nata come risposta antiburocratica, autonomistica, moralizzatrice ed è diventata una forza populistica e di ripiegamento delle prospettive di queste aree. Non puoi dirmi “Roma ladrona”, se stai con i quattro ladroni di Roma. Finché sta lì, la Lega è un partito che sta sostenendo le 37 leggi ad personam, le leggi della cricca. E poi non ci raccontino le favole, con le favole non si mangia. Compresa la favola del federalismo, a cui devono mettere una cifra, altrimenti è una bandierina per gli allocchi, e noi allocchi non lo siamo».Bersani bacchetta il Carroccio pur riconoscendolo – senza snobismo – partito popolare. Ma denuncia: «La politica (anche nel Nord operoso del “ghe pensi mi”), si è allontanata dalla società – prende atto il segretario democratico – Ora tocca a noi cambiare, cogliere questo passaggio. Dobbiamo sfondare il muro del suono tra politica e società, tornare a parlare di cose concrete; di populismi, ideologia, miracoli e promesse non se ne può più. C’è poco lavoro in giro, c’è un fisco che non va bene, ci sono un sacco di problemi. Questo è il messaggio che viene da Varese».
m.lualdi
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