Bitcoin, nervi saldi. A Varese si inizia ad acquistare con la moneta digitale. «Per ora soprattutto clienti esteri» spiegano i primi esercizi che consentono il pagamento in bitcoin.
Non sembra spaventare più di tanto lo spauracchio del caso “Mt.gox”, il crollo di una delle piattaforme di trading online della moneta che si basa sullo scambio “peer-to-peer” (lo stesso dei siti per scaricare la musica su internet).
Una vicenda ancora da chiarire, anche se avrebbe volatilizzato un controvalore pari a 280 milioni di euro di bitcoin. Chi utilizza la crypto-moneta però predica nervi saldi.
Io mi fido
«Io mi fido ancora, assolutamente – ammette Alessandro Ciuti, professionista del Gallaratese, che nei mesi scorsi ha investito un piccolo gruzzolo in bitcoin – il problema riguarda una sola delle piattaforme di trading che chiaramente ha generato problemi in termini di volatilità assoluta ma molto contenuta sulle altre piattaforme, che si sono dimostrate affidabili e stabili».
Insomma, si è avuta una svalutazione della quotazione del Bitcoin, ma se consideriamo il boom di rialzo di valore registrato nel 2013 (da poche decine di dollari fino a superare quota mille), per chi li possiede rimane un affare. «Bitcoin non è la panacea, è un mezzo e come tale c’è chi lo usa bene e chi male. Truffe, raggiri, evasione e usi illeciti ci saranno sempre – fa notare Franco Lanza, che nella sua azienda di Lonate Pozzolo che si occupa di sistemi di domotica accetta il pagamento in bitcoin – rispetto alle monete a corso legale però, dove le banche centrali stampando moneta fanno pagare i fallimenti delle banche sulla pelle di cittadini e investitori, con Bitcoin ci perde solo chi aveva depositi in “Mt.gox”. Nello stesso giorno in cui è uscita la notizia dei 280 milioni di euro persi sulla piattaforma Bitcoin ce n’era un’altra che parlava di 1,8 miliardi di truffe con le carte di credito nel 2013».
Problema passeggero
Così, nonostante tutto, chi ha investito in bitcoin cerca di tenerseli, confidando che si tratti di «un problema passeggero». Intanto la moneta digitale comincia a diffondersi anche negli scambi reali.
Lo conferma lo stesso Franco Lanza, la cui azienda (insieme all’agenzia immobiliare Diaz di Busto Arsizio) è tra le prime in provincia di Varese ad accettare bitcoin: «Qualche pagamento è già stato fatto, più che altro dall’estero su dispositivi a basso costo. Ma vedo una curiosità crescente, anche tra i clienti che pagano normalmente».
Grana fiscale
Il problema più che altro, per gli esercenti, è di natura fiscale, visto che ad oggi non c’è ancora un orientamento ufficiale dell’Agenzia delle entrate sui ricavi in bitcoin: «Oggi, quando riceviamo un pagamento in bitcoin, c’è un cambio istantaneo in euro, e noi fatturiamo in euro – racconta Franco Lanza – fosse per me, almeno una parte del mio margine lo terrei in bitcoin, ma la gestione fiscale purtroppo è un ostacolo». È anche il motivo principale per cui le attività che accettano bitcoin ancora si contano sulle dita di una mano.
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