BUSTO ARSIZIO – Per molti non era mai diventato davvero un ex sindaco. Anche a distanza di anni dalla conclusione dei suoi mandati, incontrandolo per strada, i bustocchi continuavano a chiamarlo semplicemente così: «Sindaco».
È forse questo il riconoscimento più autentico lasciato da Gigi Farioli, morto a 70 anni dopo una lunga malattia. Prima ancora degli incarichi ricoperti, delle battaglie politiche e dei progetti amministrativi, resta il rapporto personale che aveva saputo costruire con la sua città.
Farioli non attraversava Busto Arsizio come una figura distante. La viveva, la raccontava, ne conosceva le ambizioni e i limiti. Soprattutto, continuava a immaginarla diversa e più grande, anche quando le sue intuizioni sembravano spingersi oltre ciò che il presente consentiva di realizzare.
La politica come vocazione civile
Sindaco per dieci anni, consigliere regionale e capogruppo di Forza Italia al Pirellone, Farioli apparteneva a una generazione per la quale la politica non coincideva soltanto con l’amministrazione del potere.
Per lui era innanzitutto discussione, cultura, progetto. Poteva affrontare i problemi concreti di una città e, subito dopo, allargare il ragionamento alla crisi del bipolarismo, alla storia delle istituzioni o alle trasformazioni della società italiana.
Possedeva una preparazione non comune e una dialettica capace di rendere appassionante anche il confronto più complesso. Dietro quella ricchezza di parole, tuttavia, non c’era il semplice gusto dell’oratoria: c’era il bisogno di mettere continuamente in circolo idee.
È ciò che ha continuato a fare fino agli ultimi incontri, quando la malattia ne aveva indebolito il corpo ma non la curiosità intellettuale. Anche dal letto dell’ospedale conservava lo sguardo orgoglioso di chi non aveva smesso di osservare la realtà e di interrogarsi sul futuro.
Un uomo capace di entrare nella vita degli altri
La sua qualità più preziosa era probabilmente la generosità. Farioli sapeva dedicare tempo e attenzione alle persone, facendo sentire importante chiunque avesse di fronte.
La sua non era un’empatia costruita per convenienza politica. Si manifestava lontano dai palazzi, nelle conversazioni private, negli abbracci, nelle visite agli amici e persino nelle serate trascorse a giocare a Burraco con le loro famiglie. Riusciva a conquistare anche i bambini, che dopo averlo conosciuto chiedevano quando sarebbe tornato.
In lui l’amministratore pubblico e l’uomo privato non erano due persone differenti. La cordialità, l’ironia e il piacere dell’incontro restavano gli stessi in una sala istituzionale come attorno a un tavolo di casa.
L’ironia del «sindaco fuori dal Comune»
Farioli sapeva essere solenne, ma non serioso. Amava usare le parole con intelligenza e sorprendere chi lo ascoltava con formule destinate a rimanere.
Durante una cerimonia del Busto Arsizio Film Festival si definì un «sindaco fuori dal (C)omune». Era una battuta, ma anche un autoritratto efficace: un amministratore profondamente legato alle istituzioni e, nello stesso tempo, insofferente verso gli schemi troppo rigidi.
Il cinema era una delle sue passioni più profonde. Tra i ricordi ai quali era maggiormente legato c’era l’amicizia con Giuseppe Tornatore e il viaggio compiuto in Sicilia per incontrarlo. Riparlarne, anche durante la malattia, significava tornare alla capacità del regista di leggere la vita attraverso le immagini e di trasformare il racconto cinematografico in una riflessione sull’esistenza.
Accanto al cinema c’erano il calcio, la Juventus e naturalmente la Pro Patria: interessi diversi che restituivano il ritratto di un uomo curioso, appassionato e mai riducibile alla sola dimensione politica.
L’ultimo saluto: «In alto i cuori»
La notizia della sua morte era temuta, ma non per questo fa meno male. Quando arriva un dolore simile, si cercano istintivamente le parole che avrebbe pronunciato la persona che non c’è più.
Farioli ne aveva alcune alle quali tornava spesso nei suoi messaggi: «In alto i cuori». Non era soltanto un saluto, ma un invito a non lasciarsi vincere dallo sconforto.
Oggi quelle parole sembrano rivolgersi alle persone che lo hanno conosciuto, agli amici, alla comunità politica e alla città alla quale ha dedicato gran parte della propria vita.
Resta la gratitudine per ciò che ha costruito e per le idee che ha seminato. Resta il ricordo di un uomo capace di far sentire la propria presenza con una stretta di mano, uno sguardo o una battuta. E resta la riconoscenza verso la sorella Marina, che gli è stata accanto nel tratto più difficile del suo cammino.
Busto Arsizio perde uno dei protagonisti della propria storia recente. Chi gli ha voluto bene perde molto di più: una voce colta, un sorriso intelligente e un amico che, anche nei momenti peggiori, sapeva ricordare a tutti di tenere alto il cuore.













