Caccia, resta al tuo posto Chi ci fa tornare bambini?

Caro Caccia, che dire? Speriamo sia una cosa di quelle che scrivono i giornali (!) e che tutto cambi perché non cambi niente.

Il Varese senza il Caccia, senza una parte consistente del suo lavoro, sarà la stessa cosa? No. Tu diresti che gli uomini passano, il Varese resta. Sì, ma non resta uguale a prima.

Chi ti ha sentito fantasticare in questi anni – parlando di club-famiglia, di modello inglese, di saudade per un calcio da mosche bianche – non può rimanere indifferente.

Fa ancora più specie che tutti quei sogni siano molto probabilmente destinati a rimanere a metà del guado, senza raggiungere l’altra riva, come una rullata cui manca la chiusura. I genitori raccoglieranno firme, i pochi amici biancorossi ai piani alti hanno chiamato per capire se sia tutto vero: insomma, non c’è nulla di normale.

Un’altra storia

Certo: chi crede che quelle siano fantasie da oratorio, robe da incorreggibili naif, alla notizia del tuo arretrare farà spallucce. Però, senza passar per presuntuosi, quel qualcuno ha capito poco che cosa sia il Varese del post-Turri. Ed è proprio qui il punto: caro Caccia, tu hai contribuito – con altre persone – a creare una storia dentro e intorno a questo club. Coi gesti e con le parole il Varese degli ultimi nove anni si è cucito addosso un senso di appartenenza che mancava dai tempi di Fascetti. I risultati hanno aiutato, ma mica finisce lì. A vincere è stato il modo di raccontare questa storia e il Caccia spesso ha avuto le parole migliori. Sì, perché è riuscito a far passare la folle idea che la Scuola Calcio sia più importante della prima squadra. Di più: ha cercato di far capire che i grandi vincono nel momento in cui si misurano col candore dei più piccoli. Viceversa, c’è solo il parlare vuoto e ridondante delle conferenza stampa, delle interviste da copia e incolla, della sorda routine casa-campo-allenamento-casa. Invece, il Caccia ha osato inserire, aiutato da gente che era sulla stessa lunghezza d’onda, il fare una sosta sul campetto in sintetico per giocare a volo o alla tedesca coi piccoli di sei-sette anni.

Piccinotti, chi se no?

C’è un esempio che rimane scolpito nella nostra memoria. Nel marzo 2010, quando il Varese festeggiò il suo centenario, il club e Sunrise Media misero in piedi un azzeccato album alla maniera Panini tutto dedicato alla società biancorossa.

Avvicinammo il piccolo Riccardo, intento a scambiare tessere con gli amici della Scuola Calcio, e gli chiedemmo quale fosse la figurina cui ambiva maggiormente. Ebagua? Buzzegoli? Neto? «Piccinotti degli allievi nazionali», ci rispose lui spiazzandoci. Cose da Varese, cosa da Marco Caccianiga.

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