VARESE Arrivando a Masnago, per la prima volta da padrone di casa, Fabrizio Castori ha attraversato Varese. Ha visto una città biancorossa, ovunque bandiere e segni del sogno sfumato sabato notte.
Non sono vestigia lasciate con rimpianto sul campo nella ritirata. Sono simboli positivi, sottolineati con orgoglio da gente che ci crede. Ancora, come prima, più di prima.
Se Fabrizio Castori da San Severino Marche, vallonato entroterra marchigiano con vista Appennino, avesse messo piede qui un anno fa, si sarebbe trovato in uno scenario diverso e, paradossalmente, più difficile.
Allora, dopo aver perso la semifinale col Padova che interrompeva il mito dell’invincibilità sanniniana, c’era un clima di sconcerto: in pochi giorni se n’erano andati la serie A, l’allenatore, il direttore sportivo e qualche giocatore di peso. Di fronte alla diaspora dei cavalieri che fecero l’impresa, il pensiero del tifoso medio era un desolato «non succederà più». Si respirava in giro un terrore millenaristico: tanti percepivano il presente come la fine di qualcosa, e basta. Non sapevamo cosa ci aspettava, l’unica certezza era aver perduto un treno irripetibile.
Stavolta no, perché abbiamo avuto la prova che gli uomini passano ma il Varese resta, va oltre, se demolisce le certezze sa costruirne di nuove. Il treno irripetibile è ripassato subito, in quello che doveva essere un terribile anno Mille. Non ci siamo saliti neanche stavolta, però il viaggio è stato più bello e lungo: adesso sappiamo che il mondo non finisce, che oltre le colonne d’Ercole c’è un oceano senza mostri da navigare.
Castori trova un presidente battagliero, una dirigenza temprata, un’ossatura di squadra competitiva, una tifoseria serena. Un ambiente che ha già metabolizzato il ko con la Samp e ha voglia di riprovarci, di stupire ancora. Trova una città che più manca l’obiettivo e più lo insegue, perché ormai ha capito che è alla sua portata.
Qui Castori trova uno zoccolo duro di tifosi che vive tutto con gioiosa trepidazione e una miriade di occasionali da conquistare ogni giorno. I primi sono come i parenti stretti: linfa vitale, sguardi e abbracci sicuri, parole quasi superflue. I secondi sono come gli amici che vivono lontano e hanno i loro casini: li vedi poco, ma quando conta ci sono, e proprio per questo colpiscono e danno carica.
Nella prima conferenza stampa da allenatore del Varese Castori ha (inconsapevolmente?) sciorinato schegge dei maestri di quell’Ascoli scritto nel suo Dna: l’amore puro per il calcio di Costantino Rozzi, la combattività ruspante di Carletto Mazzone, la goffa umiltà di Tonino Carino. Ha (abbiamo) capito che, in fondo, tra lui ascolano e noi varesini ci sono più punti di contatto di quel che sembra.
Noi non abbiamo più paura, siamo figli del coraggio di osare e di sbagliare insegnato da quelli che in otto anni ci hanno fatto scalare cinque categorie. Noi non guardiamo indietro come un anno fa: guardiamo avanti. Per questo Castori non ha eredità scomode da gestire, solo pagine da scrivere di suo pugno. Sia se stesso e ci creda anche lui.
Ha scritto Paulo Coelho che le persone non s’incrociano né presto, né tardi, né per caso: giungono sempre al momento giusto, nei luoghi in cui sono attese. Castori sembra proprio una di queste.
Stefano Affolti
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