Impotenza e rassegnazione, mutismo e frustrazione. Non è vero che l’Empoli era di un’altra categoria: siamo noi a non essere mai stati all’altezza. Loro normalissimi, noi senza volto, sconfitti prima di giocare, forse già una settimana fa, quando hanno iniziato a insinuarsi fallaci trionfalismi (subito da spegnere: se non l’ha fatto Sottili, doveva pensarci la società) per uno 0-0 con il Trapani che aveva confermato i campanelli d’allarme, anzi i campanacci, che rimbombavano a Padova.
C’è un problema a centrocampo, dove mancano le verticalizzazioni per Pavoletti e la capacità di velocizzare il gioco (la soluzione più immediata si chiama Zecchin, ma viene isolato in qualche recondito anfratto della fascia, in ossequio al moloch del 4-4-2, nemmeno fosse il muro di Berlino, perdurando e infittendosi il mistero Blasi, colpo dell’estate che non abbiamo mai visto, né udito, essendo sconsigliato intervistarlo dalle alte sfere).
E c’è un problema, non da ieri, che nessuno ha il coraggio di pronunciare: Neto Pereira. Non è un delitto di lesa maestà pensare di privarsene, se dà l’idea di non avere la forza nemmeno per calciare un tiretto verso la porta avversaria come il primo tentato ieri dopo 42 minuti. Sottili ha ragione quando dice: più minuti resta in campo, più punti avrò a fine campionato. Ma non puoi morire aspettando una rondine, quando fuori nevica.
È il primo momento difficile perché siamo scomparsi senza reagire: qui si decidono i campionati e si pesa la società, oltre che i giocatori e il mister. Servono le parole giuste, il sostegno totale all’allenatore, l’unità (le critiche e le facce cattive al massimo lasciatele fare a noi, almeno in pubblico). Non le dita puntate, non le spade sguainate: la fine di Castori avrà insegnato a tutti qualcosa.
L’anno scorso di giornate così ne avevamo ingoiate tante, praticamente con tutte le grandi, sia all’andata che al ritorno: spiccano, dalla profondità degli abissi, lo 0-3 con il Verona, lo 0-4 con il Sassuolo, lo 0-2 con il Livorno eccetera, tra l’altro tutti nel girone di andata. Ci squagliavamo alla prima difficoltà, ma stavolta non lo abbiamo fatto, anzi ne abbiamo superate tante (dal Pescara alle rimonte casalinghe e al fuoco di Avellino, dove il Varese è stata l’unica squadra a non scottarsi): questo significa che l’identità c’è, il gioco c’è, la squadra c’è, il fuoco c’è, il mister c’è. Manca forse un po’ di realismo, e la capacità di compiere la scelta più facile, la più scontata, la più naturale.
Infine, una preghiera dal profondo del cuore per Sottili, il tecnico con più futuro (insieme a Mangia) che sia mai passato da questa panchina: per favore, alla vigilia di Palermo non ripetere mai più a questa squadra che partite così non sono finali. Per noi la vita è una finale da quando siamo nati. Quando andiamo a giocare partite normali, come tu hai detto che dovevamo fare a Empoli, siamo sempre morti. Il Varese è vincere o morire: dal Pizzighettone alla Cremonese, dal Verona alla Samp. Questa è l’unica cosa che nessuno può negare, o cambiare.
Varese
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