Caso Catic, parla Bacchetta “Non sono un mostro”

Caso Catic, parla Bacchetta “Non sono un mostro”

VARESE «Non sono quel mostro che il pm vorrebbe»: a sorpresa Andrea Bacchetta ha chiesto la parola in apertura di udienza nel processo con rito abbreviato che lo vede imputato, insieme con Jacopo Merani, per l’omicidio del 17enne Dean Catic, avvenuto esattamente due anni fa.

Spontanee dichiarazioni al giudice Giuseppe Fazio – chiamato a decidere di uno dei casi più clamorosi registrati dalle cronache della nostra città – che il giovane (ha solo 20 anni), ha concordato coi suoi legali, Anna Lago e Fabio Margarini. «Non sono quel mostro – ha detto – Non sono mai stato violento, come possono dimostrare le persone che mi conoscono e che mi hanno frequentano a scuola e nella squadra di calcio dove giocavo».

Ha ricordato anche la vicenda del giovane gettato nelle acque gelide del lago di Varese: «Solo uno scherzo, forse eccessivo, ma senza connotato di cattiveria», ed ha concluso riferendosi proprio a Dean Catic: «Era mio amico, con lui ho avuto alti e bassi, la storia della macchina non c’entra, non avevo motivi per volere la sua morte». Parole dette al giudice, ma riferite all’arringa durissima del pm Agostino Abate, che aveva delineato proprio nella figura di Andrea Bacchetta il protagonista più sinistro di

questa brutta storia, chiedendone la condanna all’ergastolo, al pari di Jacopo Merani. Una richiesta alla quale si è accodato l’avvocato di parte civile, Alberto Talamone, che rappresenta i familiari di Dean Catic: «Vogliamo – ha dichiarato durante una pausa dell’udienza – che venga riconosciuta la penale responsabilità dei due imputati sotto tutti i profili. Non abbiamo avanzato istanze particolari, rimettendo al giudice la valutazione di un danno che per noi è inestimabile. In pratica nessuna speculazione da parte nostra, ma vogliamo giustizia piena».

Fuori dal tribunale, la mamma e il papà di Dean, la signora Ana e il signor Hikmet Catic, annuiscono alle parole del loro legale: «Ci aspettiamo l’ergastolo, come ha chiesto il pm Abate, se vera giustizia deve essere». E l’altro figlio Denis, aggiunge: «Purtroppo non c’è la pena di morte…». Due anni dopo, il loro dolore è ancora tale da lasciare senza parole. «È stata dura, ci sono stati vicini gli amici di sempre, ma non abbiamo mai visto nessuna autorità, il sindaco non è mai venuto, la città non ci ha mai portato le condoglianze per un fatto così grave».

Alla ripresa dell’udienza hanno preso la parola i legali di Jacopo Merani, Alberto Zanzi e Fabio Ambrosetti, che hanno riletto la vicenda nell’ottica della perizia affidata allo psichiatra Ambrogio Pennati, che proprio a proposito di Merani aveva concluso: «Grave compromissione della capacità di intendere e volere al momento delle tre aggressioni, associata a pericolosità sociale, anche per se stesso». L’uso dell’aggettivo «grave» e la delimitazione dell’arco temporale – «al momento delle tre aggressioni» – in qualche modo relativizza il giudizio: non quindi un’assoluta capacità di intendere o volere. Tradotto in termini giuridici si tratterebbe di seminfermità: talmente rilevante, secondo i suoi legali, da essere considerata come attenuante, prevalente sulle aggravanti come la premeditazione. Quest’ultima peraltro, sempre secondo i difensori, non sarebbe compatibile con lo stato psichico di Merani, trasferito lo scorso mese nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere dopo un tentativo di suicidio nel carcere di Monza.

Il 19 maggio la parola ai difensori di Bacchetta, e il 16 giugno le repliche del pm e la sentenza.

Franco Tonghini

e.marletta

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