Caso Quiete, buco da 10 milioni La procura chiede il fallimento

Caso Quiete, buco da 10 milioni La procura chiede il fallimento

VARESE Un’altra tegola, e di quelle pesanti, è caduta sulla testa del Gruppo Polita. La procura di Varese, nella persona del pubblico ministero Agostino Abate, ha presentato in tribunale un’istanza di fallimento nei confronti de «La Quiete srl», la società un tempo titolare della prestigiosa casa di cura privata con sede in via Dante. Secondo gli investigatori, l’azienda sarebbe gravata da un buco di quasi 10 milioni di euro solo parzialmente coperto negli ultimi giorni, dopo che era stato annunciato il passo della procura. Per tentare di evitare il crac, la Ansafin Spa (la

principale società del Gruppo) avrebbe versato circa 4 milioni di euro a diversi creditori: fra questi anche circa 1,2 milioni e all’Esatri e un milione a un fornitore che, per primo, aveva presentato una richiesta di fallimento (ora, dopo essere saldato, ha desistito dall’azione). Il Gruppo Polita ieri ha chiesto l’archiviazione dell’istanza della procura o, in subordine, il rinvio della decisione, impegnandosi a versare altri 2 milioni di euro. Ma la procura non è d’accordo: anche perché, posto che il Gruppo Polita riesca davvero a reperire i 2 milioni, all’appello ne mancherebbero comunque ancora 3.

Secondo gli investigatori, la situazione di insolvenza sarebbe stata originata da una sistematica spoliazione di tutte le proprietà de «La Quiete srl», rimasta in pratica con i soli debiti.

Tutto risale all’ottobre 2009 quando «La Quiete» passò di mano: da quelle della storica famiglia Riva transitò, dopo una prima transazione, alla «Sanità varesina srl» (società costituita poco prima dell’affare) e quindi all’attuale «La Quiete hospital srl». Secondo la procura, «La Quiete srl» aveva un patrimonio immobiliare di oltre 17 milioni di euro. Ma in sede di acquisto, il patrimonio sarebbe stato svalutato fino a “soli” 8,6 milioni. Quattrini che però il Gruppo Polita non avrebbe materialmente versato (tranne una piccola quota): in cambio si sarebbe però impegnato a ripianare il debito residuo (i famosi 10 milioni circa). Gli stessi immobili, tuttavia, sarebbero stati utilizzati dal Gruppo come garanzia per ottenere un finanziamento di poco più di 7 milioni di euro. E a questo proposito esisterebbe una perizia vergata dalla Banca popolare di Lodi che, utilizzando criteri prudenziali, avrebbe valutato i beni circa 16,8 milioni: vale a dire una cifra molto superiore a quella “pagata” dal gruppo Polita a «La Quiete srl».

Ma Fabio Fedi, uno degli avvocati che segue la vicenda per conto del Gruppo Polita, contesta circostanze e numeri. «”La Quiete srl” oggi non è una società insolvente – precisa – la società ha già pagato oltre 6,5 milioni di debiti che derivano dalla gestione precedente a quella del Gruppo Polita. Ne residuano ancora tre. Due sono debiti nei confronti dell’Erario che però non sono ancora stati cartolarizzati. Sono comunque già garantiti sia attraverso un’altra società (la Ansafin, ndr), sia attraverso una fidejussione da parte di terzi (banche, ndr) in corso di stipula. Esiste ancora un debito da un milione, che tuttavia è una cifra molto inferiore ai crediti che riteniamo di vantare nei confronti di soggetti terzi».

Due settimane fa il Gruppo Polita era già finito nel mirino della procura varesina. Sandro Polita e il fratello Antonello sono formalmente indagati, oltre ad altre persone: tra le ipotesi di reato, la truffa i danni dello Stato, il falso in bilancio, le false comunicazioni sociali. Ma è una vicenda, questa, completamente slegata dall’ipotesi di fallimento a carico de «La Quiete srl».

Enrico Romanò

e.marletta

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