– Via i sigilli dal parco Mantegazza: terminati gli scavi connessi all’inchiesta sull’omicidio di . Il parco di Masnago era stato chiuso, o meglio era stato posto sotto sequestro, il 15 febbraio.
Un sequestro arrivato contestualmente all’incidente probatorio dei sei super testimoni individuati dalla procura generale di Milano durato 16 ore davanti al gip . Un sequestro voluto dal sostituto pg di Milano , che coordina l’inchiesta, e che vede in campo la squadra mobile della Questura di Varese in seguito ad alcune dichiarazioni di , imprenditrice amica di Lidia ma anche di, 49 anni di Brebbia, arrestato il 15 gennaio con l’accusa di aver stuprato e ucciso il 5 gennaio 1987 la giovane studentessa varesina assassinata con 29 coltellate a soli 20 anni.
Bianchi ha affermato che alcuni giorni dopo il delitto (tra i 10 e i 15 giorni successivi alla scoperta del cadavere di Lidia ritrovato il 7 gennaio) Binda era con lei in auto quando si fermò in via Caracciolo e andò a gettare un sacchetto di carta «come quello per il pane» in quel parco. Bianchi spiegò che il sacchetto si trovava sul sedile del passeggero e che sembrava pesante: «Mi disse – ha spiegato Bianchi – di non toccarlo». Gli inquirenti per oltre un mese hanno cercato il contenuto di quel sacchetto motivati a «non lasciare nulla di intentato» per fare chiarezza sull’accaduto.
Per la precisione i militari dell’esercito, guidati dall’archeologo forense, hanno cercato scavando l’intera superficie sino a quattro metri di profondità l’arma del delitto, oltre agli occhiali di Lidia, mai ritrovati.
Ma è sull’arma, uno stiletto con lama lunga dieci centimetri e larga al massimo due (descrizione ricavata dall’analisi delle ferite della giovane in sede di autopsia 29 anni fa), che si sono cercate le ricerche. In tutto sono nove le lame (oltre ad un falcetto) che sono state repertate al termine degli scavi. Nove lame che presenterebbero, ad un esame esterno, una qualche compatibilità con le ferite inferte a Lidia. Per avere un risultato definitivo, però, bisognerà attendere settimane. I reperti dovranno essere ripuliti, datati e soprattutto, in caso di alta compatibilità, dovranno essere collegati al delitto. Si lavora dunque a caccia di un’impronta oppure di tracce biologiche su ciascuna delle lame. Dopo 30 anni difficilmente potrà essere certificata la presenza di sangue (e dovrebbe essere quello di Lidia).
Si punta dunque in modo particolare sulla presenza di eventuali impronte digitali. Da ieri pomeriggio in ogni caso il parco è stato riaperto ed è tornato disponibile per tutta la città. Gli scavi hanno interessato tutta la superficie che Binda potrebbe aver coperto concentrandosi in modo particolare sulla zona d’ingresso all’area verde (dove oggi sono presenti i giochi per bambini).
Binda si allontanò per pochi minuti secondo Bianchi: è plausibile che abbia buttato il sacchetto subito, all’ingresso. Non avrebbe avuto il tempo di risalire sino all’area verde vicina al castello di Masnago.
Martedì, intanto, inizieranno le analisi dei resti di Lidia il cui corpo è stato riesumato martedì scorso dal cimitero di Casbeno.












