SAN PATRIGNANO (Rm) Marco parla con quell’accento toscano capace di ispirare subito simpatia e fiducia: da tre anni è ospite della comunità fondata nel 1978 da Vincenzo Muccioli, e con disarmante serenità ci racconta la sua storia, «per evitare – dice subito – che altri ragazzi facciano la stessa cazzata che ho fatto io». Marco è uno dei millecinquecento ospiti di San Patrignano: millecinquecento storie diverse accomunate dalla sofferenza e dalla voglia di rinascere, millecinquecento ragazzi che sabato si sono alzati in piedi ad applaudire i giocatori della Cimberio al loro ingresso nell’enorme sala da pranzo che ogni giorno li accoglie tutti quanti. Brividi sotto la pelle, nel varcare un cancello visto decine di volte in televisione, un cancello che per migliaia di giovani ha significato la possibilità di tornare a vivere. Sensazioni forti da mettere nella borsa e portarsi a casa, da tirare fuori al momento giusto: per camminare con la testa un po’ più alta, per sentirsi più forti, per provare a vincere una partita (magari, perché no, contro Montegranaro).La sala da pranzo di San Patrignano ha l’atmosfera di una splendida festa di paese: quasi duemila persone, una di fianco all’altra, e un’energia che chi entra percepisce all’istante. Andrea Muccioli, figlio del fondatore Vincenzo, oggi è il direttore della comunità: sorride, e mette a suo agio chi gli sta di fronte. «È una giornata speciale anche per noi – racconta – e accogliere la Pallacanestro Varese è una festa, una manifestazione di amicizia che per i ragazzi che ospitiamo è linfa vitale, con lo sport che è uno strumento fondamentale nel nostro processo di recupero». Ci racconti di quell’applauso, venuto su dalla pancia di San Patrignano verso i giocatori della Cimberio: «Questi sono ragazzi meravigliosi, che arrivano da
sconfitti e minati da anni di tossicodipendenza e qua da noi riescono a scoprire la dignità e la libertà, imparano a scoprire il loro talento e la loro potenzialità. Qui dentro c’è un’energia contagiosa, che tutti quelli che vengono a trovarci si portano a casa». E ancora: «È importante che gli sportivi vengano a trovarci, perché loro hanno una grande responsabilità nei confronti dei giovani, ai quali parlano con un linguaggio universale. I nostri ragazzi non sono mai stati in difficoltà come oggi, mai c’è stata una tale mancanza di punti di riferimento: è un mondo drogato e gli sportivi hanno il compito di insegnare che c’è una via diversa alle scorciatoie della droga e all’illusione dello sballo, e di testimoniare la pulizia della vita».Si potrebbe andare avanti, raccontando dell’emozione di tutti. Quella del Pilla, che con i giovani lavora e vive tutti i giorni e racconta che «questo è un luogo speciale. Ogni genitore che si trova con un figlio in una situazione di tossicodipendenza sogna di farlo entrare a San Patrignano, e si affida a questa gente per tornare a vivere». Quella di Galanda, che parla di una «giornata utile perché anche da noi si parli di una realtà come questa che tutti conoscono, ma solo per sentito dire. I miei compagni si sono informati, specialmente gli americani che hanno amici o conoscenti che sono passati da situazioni difficili come quella di questi ragazzi, e che vogliono sapere». Chiusura dedicata di diritto a Renzo Cimberio, che sponsorizzando la squadra di basket di San Patrignano è il papà di questa giornata: «I campioni sono abituati a farsi applaudire, ma l’applauso che hanno preso oggi da questi ragazzi non se lo scorderanno più. Quando giocheremo a Pesaro, torneremo qui».Francesco Caielli
s.bartolini
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