è uno di quelli che ne sanno, uno di quelli che capiscono di basket, uno di quelli capaci di leggere tecnicamente una partita come nessun altro sa fare: uno di quelli che vedono il basket come una scienza esatta e non esultano per i canestri della squadra per cui fanno il tifo. Ieri, mentre eravamo davanti a uno schermo bianco a caccia di un’idea per far vincere Varese, Antonio ci ha mandato un messaggio: «Domani Reggio Emilia ci rulla».
Poi ci è venuta in mano la Gazzetta, che ieri ha dedicato otto pagine al basket (sì, ormai non ci sono dubbi: è l’anno di Milano): nel loro gioco delle stellette a leggere i valori del campionato hanno messo Varese al quart’ultimo posto, praticamente a ridosso della zona retrocessione. Dopo qualche minuto ci è arrivata una telefonata dell’amico che sarebbe dovuto venire con noi a Casale scroccando un passaggio in macchina: «Sto a casa, porto il bambino al cinema così evito di incazzarmi». Insomma, una cosa è chiara ed è inutile girarci troppo attorno: Varese ha già perso.
E se avessero ragione loro? E se davvero quello che ci apprestiamo a vivere sarà un campionato di rabbie e delusioni, una salvezza striminzita e poco più?
Perché a furia di respirare negatività e pessimismo si rischia con l’essere contagiati da chi è convinto che non si andrà da nessuna parte. Perché siamo abbastanza abituati a essere snobbati dall’Italia del basket – accadde così anche lo scorso anno, accadde così anche nel 1999 – e ormai la cosa ci fa soltanto sorridere: è sempre stata la forza di Varese, questa, perché di fianco ai soloni che non ci consideravano c’era una città intera che invece credeva ciecamente nella sua squadra.
Stavolta abbiamo il sospetto (anzi, no: il timore) che dopo la stagione passata anche la gente di qui sia passata dall’altra parte della barricata: fosse così, sarebbe un problema. Noi, però, non ci crediamo: e finché avremo inchiostro nella penna faremo di tutto per difendere la nostra verità.
Quale verità? Non una, ma tante. Pensiamo che questa squadra non sia così forte da lasciarci tranquilli nel pronosticare la certezza di una semifinale, ma pensiamo anche che questa squadra abbia più margini di crescita rispetto a quella dello scorso anno (che, diciamocela tutta, non è che sia così migliorata nell’arco della stagione).
Pensiamo che sia un allenatore diverso da ma non per questo peggiore: e con il tempo potremmo anche scoprire che non esiste un coach migliore di lui per questa squadra.
Pensiamo che se oggi tremila persone prenderanno la macchina e si faranno tre ore di strada (un’ora e mezza ad andare, un’ora e mezza a tornare) per andare a vedere una partita in casa, allora il pessimismo di cui sentiamo l’odore è finto, di facciata, per moda.
Pensiamo che da Varese sono passati, un anno fa, giocatori che hanno lasciato il segno e poi hanno salutato a testa alta e altri che non hanno fatto nulla per farsi amare e se ne sono andati a testa bassa. E quindi pensiamo che i ragazzi di quest’anno sappiano bene cosa devono fare per diventare una cosa sola con questa città: al di là delle vittorie e delle sconfitte.
Pensiamo che venerdì eravamo tutti a casa del Cavalier e l’abbiamo visto commuoversi di fronte ai suoi ragazzi e alla squadra di basket in carrozzina: e pensiamo che uno così sia un patrimonio unico nel basket italiano e ce l’abbiamo solo noi. E non ci viene in mente nessuno più indicato di lui, per prendere in mano il testimone di sulla poltrona di presidente della Pallacanestro Varese.
Ma soprattutto pensiamo che di strada ne abbiamo fatta tanta, e l’abbiamo fatta tutti insieme.
Un secolo fa c’era mollato da solo come un bambino in giro per la città da una società che non c’era, che bussava ai ragazzi del Triple chiedendo indicazioni su dove andare a mangiare un hamburger. Oggi i giocatori di Varese girano in Bmw e vestono Adidas, vivono in appartamenti bellissimi e hanno persone che vivono per loro (, , ).
Ecco cosa ci verrebbe voglia di rispondere ad Antonio o all’amico che oggi sarà al cinema. Ci verrebbe voglia di dire che oggi Reggio Emilia potrebbe anche battere Varese, potrebbe anche “rullarla”: ma comunque vada dobbiamo ricordarci che è un onore essere qui ad affrontare un nuovo campionato, una nuova sfida.
Gli anni bui culminati con la retrocessione hanno avuto un merito storico: ci hanno insegnato a non dare nulla per scontato. Non diteci, per cortesia, che ce lo siamo già dimenticato.
Varese
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