Cosa passa negli occhi di quei genitori?

L’editoriale di Francesco Caielli dopo lo straziante funerale di Marco e Nicolò

Cosa passa davanti agli occhi di quelle due madri, di quei due padri, nel giorno più straziante? A cosa pensano mentre attorno la gente li guarda chiedendosi come diavolo fanno a sopravvivere a un dolore così? Quale il ricordo più nitido, l’ultima immagine, l’ultima chiacchierata, l’ultimo bacio?Un genitore che va al funerale di suo figlio è la sconfitta della razionalità: non riusciamo a definire un’ingiustizia più grande, una disgrazia più contro natura, una porcheria peggiore. E allora possiamo solo immaginarcelo, quello che passa davanti agli occhi di quelle due madri e di quei due padri. Sono immagini nitide di pannolini cambiati, di notti insonni passate a cullare quel bimbo che non ne vuole sapere di dormire, di passi incerti e tremolanti da accompagnare, di primo giorno d’asilo e di figli che crescono troppo in fretta. Sono fotografie di grembiulini neri stirati per andare a scuola domani , mani piccole che si perdono in quella enorme del papà, le sgridate e qualche scapaccione che fa sempre più male a chi lo dà che a chi lo prende. Sono flash di domeniche mattine davanti allo specchio per insegnare a farsi la barba, lacrime da ragazzo che soltanto una mamma sa capire e consolare, la prima volta al palaghiaccio o al campo sperando che a tuo figlio lo sport piaccia come piace a te. Sono soffi di vento che hanno il profumo di rotelle tolte dalla bicicletta, della prima partita vera, degli immancabili scontri tra genitori e adolescente, le sere passate ad aspettare che quella luce si spenga per poter dormire perché sì, è tornato a casa. Sono quella roba che non se ne andrà mai per tutta la vita, quella maledetta idea che ronzerà per sempre in testa, una frase del tipo «Se avessi saputo che sarebbe stata l’ultima

volta, ti avrei abbracciato un po’ più forte e un po’ più a lungo». Sono la paura di quello che sarà, da domani e per sempre: tavole apparecchiate per sbaglio con un posto in più, mattine di Natale in cui sarà impossibile farsi contagiare dalla felicità degli altri, il buio delle giornate che arriveranno quando l’abbraccio collettivo di queste ore si scioglierà lasciando irrimediabilmente più sole quelle due famiglie.Noi possiamo solo immaginarlo, quel che passa davanti agli occhi di quelle due madri e di quei due padri. E ci fa paura per il troppo brutto, il troppo grande. Sappiamo però quello che passa davanti ai nostri, di occhi: quelli di cronisti spaventati, chiamati a raccontare qualcosa che non è mica così facile da raccontare. Ci passano davanti quei palloncini – gialloneri da una parte, biancorossi dall’altra – attirati dal cielo d’un azzurro intenso e ingiusto. Ci passa davanti la paura che tutto questo un giorno possa capitare anche a noi e la certezza che non saremmo capaci di sopportarlo. Ci passa davanti l’impotenza di fronte a queste cose, impossibile accettare qualcosa contro cui nulla possiamo fare. E poi ci passa davanti l’immagine più straziante, più inaccettabile, più maledetta. Una corona di fiori bianchi appoggiata sulla bara, la scritta “Ciao papi”. È la piccola Rebecca, la bimba di Marco Fiori, un anno compiuto qualche settimana fa. “Ciao papi”. E allora adesso spegnete tutto, adesso basta. Perché questo mondo oggi ci fa schifo. Non c’è niente di giusto, in questa storia: nemmeno una virgola. E non c’è un modo per farsela andare bene. A quelle due madri e a quei due padri auguriamo solo di trovare la forza per tornare a fare un sorriso, un giorno. Sarebbe il modo più bello per ricordare due figli così. Splendidi, unici, insostituibili. Lontani.