Così anche quella Regata diventava una Mercedès

Il commento del nostro Fernando Di Cristofaro su Pino Daniele

Su quella bruttissima Regata grigio chiaro di mio padre si sentivano solo due cose: i dischi di Pino Daniele o quelli di Lucio Battisti. Più quelli di Pino che di Lucio. Seduto sul sedile posteriore, fatto di una tela ruvida come carta vetrata, in una nuvola di fumo di sigarette mi ricordo a cantare a squarciagola: «O mamma mia, ho speso una follia. Volevo un Mercedès (l’accento ovviamente va sull’ultima vocale: fondamentale come i freni su una Mercedes che corre troppo veloce, ndr.) bianco, lo stereo e il servosterzo che sballo». E la cantavamo, io e Tommaso – mio padre -, talmente tante volte che quella Regata marcia diventava davvero una Mercedès. Sul suo blues, su quei groove tremendamente funky, hanno cantato i sogni di un popolo intero. Di una

generazione. Anzi, no: di più generazioni. Col quel sorriso irriverente di un ragazzo come tanti, ha raccontato i drammi di Napoli – gli stessi di tutta Italia – con una semplicità disarmante. Con la stessa semplicità di una tazzulella e’ cafè. «E mai niente cè fanno sapè. Nuje cè puzzammo e’ famme, o sanno tutt’ quant, e invece e’ c’aiutà c’abboffano e’ cafè. Na’ tazzulella e’ cafè ca sigaretta a coppa pe nun verè, che stanno chine e’ sbaglie, fanno sul ‘mbruoglie». Ma tant’è. Con il Nero a Metà nello stereo, tutti i guai, tutte le salite che questa vita ci mette davanti, anche quelle più dure, si possono affrontare facilmente. Con una marcia in più. Tanto, con lui, anche una Regata può trasformarsi in un Mercedès. Non ci credete? Provate.