Csm/ Laico leghista Brigandì decaduto, è il primo caso

Csm/ Laico leghista Brigandì decaduto, è il primo caso

Roma, 13 apr. (TMNews) – Il consigliere ‘laico’ (quota Lega nord) del Csm Matteo Brigandì è stato dichiarato oggi decaduto dalla carica da un voto a scrutinio segreto del plenum di palazzo dei Marescialli. Su 24 votanti (Brigandì è uscito dall’aula, il vicepresidente Michele Vietti non ha votato) i sì sono stati 19, i no 3, gli astenuti 2. La decisione sull’incompatibilità, proposta dalla commissione verifica titoli, nasce dalla scoperta che Brigandì ricopriva, all’atto dell’elezione, la carica di amministratore nella Fin Group, holding della Lega. L’ex consigliere si è sempre difeso sostenendo che non si trattasse di una società con finalità commerciali, ma prima la commissione poi il plenum hanno respinto la tesi difensiva.

Quello di Brigandì è il primo caso di decadenza nella storia del Csm, e finora l’ipotesi di una sua espulsione dall’organismo era stata trattata con grande prudenza: stamattina Vietti aveva deciso un nuovo rinvio al 4 maggio della pratica, per consentire, come lui stesso ha spiegato nel plenum, “di addivenire a una decisione delicata in una condizione non conflittuale”. L’auspicio, certamente condiviso anche dal Quirinale, era che l’esponente del Carroccio si dimettesse spontaneamente, e il rinvio serviva anche per offrire ai suoi referenti politici la possibilità di garantirgli una uscita soft verso altre collocazioni politico-istituzionali. Quando però oggi è arrivata la notizia del ricorso con il quale Brigandì ha chiesto al Tar di annullare la delibera della Commissione verifica titoli che ne proponeva al plenum la decadenza, i consiglieri hanno votato per l’inversione dell’ordine del giorno: anche i ‘laici’ del Pdl, segno evidente del fatto che gli stessi ‘alleati’ erano stati tenuti all’oscuro dell’iniziativa.

Il ricorso al Tar è “un pretesto”, ha commentato Brigandì. Ma per Nicolò Zanon (‘laico’ Pdl), la decisione di accelerare il voto era motivata anche dalla necessità che il Tar si pronunciasse “sul procedimento complessivo del Consiglio” e non solo sulle decisioni della Commissione.

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