VARESE Perfettamente in grado di intendere e di volere, e determinato ad uccidere da un risentimento passionale, per il rifiuto che la donna amata aveva opposto alle sue pressanti avances: queste le ragioni per cui il tribunale ha condannato per tentato omicidio a 6 anni e 4 mesi un anziano pensionato, il settantaquattrenne ex dipendente della Corte dei conti Cono Puzzo.
Avrebbe ucciso l’oggetto del suo amore disperato e non corrisposto, forse, se non lo avessero fermato gli agenti della Polfer e un poliziotto della squadra volante, libero da servizio, che si trovava per caso sul piazzale delle Ferrovie dello Stato. La vittima, Halyna Duda, 50 anni, ucraina, regolare in Italia, è la donna per la quale aveva perso la testa l’11 settembre dello scorso anno.
La sentenza dopo un processo lampo: arrestato in flagranza, con il coltello serramanico lungo 10 centimetri ancora in mano, e mentre implorava gli agenti di lasciarlo andare e di permettergli du portare a termine il suo proposito omicida, l’uomo è stato citato a giudizio immediato dopo che il giudice per l’indagine preliminare aveva respinto la richiesta di rito abbreviato, condizionato a perizia psichiatrica chiesta dal suo legale, avvocato Marco Mainetti. Richiesta che invece è stata accolta in sede dibattimentale dal collegio presieduto dal giudice Anna Azzena (Rossella Ferrazzi e Natalia Imarisio a latere). Ieri le conclusioni del perito, lo psichiatra Emilio Bolla, che ha escluso che l’uomo fosse incapace di intendere e volere anche al momento della commissione del fatto.
Per il pm Sara Arduni, dunque, si è trattato del classico delitto passionale: respinto dalla donna della quale si era innamorato, andò a cercarla alle stazioni quando sapeva che avrebbe preso un bus, e dopo un breve scambio di battute la colpì in pieno petto, mancando i successivi quattro colpi, finiti sulle braccia. Per il pm un delitto predeterminato: ma la sua richiesta è stata mite, 6 anni appena (si parte da 12 anni). Il collegio è stato appena più severo, aggiungendo 4 mesi, ma considerando comunque le attenuanti generiche prevalenti sulle circostanze aggravanti. Una sentenza che non scontenta affatto la difesa, che aveva chiesto il minimo della pena, sostenendo che comunque forse una incapacità di intendere, anche solo parziale, poteva essere riconosciuta all’imputato.
Franco Tonghini
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