Palermo-Varese torna sabato, dopo trent’anni: l’ultima volta alla Favorita, stagione 1983/84, finì 2-1 per i rosanero. In quel Varese ricco di talenti siciliani (Auteri, Rampulla) c’era un palermitano doc: si chiamava Vincenzo Di Giovanni, era soprannominato l’Africano per la carnagione scura.
Arrivato in biancorosso nell’estate del ’79, contribuì al ritorno in B e fu uno dei pilastri dell’era Fascetti: ala destra estrosa e razzente, uomo assist sopraffino, amatissimo dalla gente di Masnago. Oggi ha 58 anni, è tornato a vivere nella sua città e segue pochissimo il calcio.
«Sono disilluso – racconta – è un ambiente col quale, nonostante sia passato molto tempo, non ho ancora fatto pace. Non arrivo a dire, come Maradona, che è tutta una farsa: però di cose brutte in campo ne ho viste tante». La più brutta, claro, è quel Lazio-Varese dell’82: «Non posso dire che rimasi sorpreso da quello che accadde: quel weekend fu un macello, già alla vigilia avevo capito che qualcuno non voleva il Varese in serie A. Nomi? Lasciamo perdere, dico solo che potevamo e dovevamo andare su, ma non fu possibile. E non solo per colpa del palazzo».
I ricordi sfumano, però Agnolin è sempre Agnolin: «Non solo lui: ci capitavano spesso episodi negativi nelle gare chiave. Per esempio Menicucci, che convalidò il gol irregolare di Scanziani con la Samp. E Pairetto, che ci negò un rigore grande così con la Cavese. Allora era più facile: non c’erano moviole e telecamere ovunque. Oggi tutti vedono tutto, il calcio in qualcosa è migliorato».
Rimane quel Varese da sballo: «Eravamo giovani, correvamo tanto perché ci allenavamo tanto. Facemmo per primi le cose che adesso fanno tutti. Abitavo a Casciago, in spogliatoio c’era amicizia, quello con cui uscivo più spesso era Scaglia. Ancora oggi mi sento con Braghin, Limido e tutti gli altri».
Di Giovanni ha annusato la serie A solo a inizio carriera, al Genoa, e poi l’ha appena sfiorata: «Al Varese successe quella roba lì. Alla Triestina, dove mi trovai con mezzo Varese dopo la retrocessione dell’85, sul campo andò tutto liscio: purtroppo poi ci penalizzarono per una strana storia di scommesse, e addio promozione».
Al Palermo fece anche gol, lui palermitano doc: «Ricordo perfettamente la partita: era proprio l’82, vincemmo 3-1 a Masnago. Segnai io, poi Mauti e Auteri. Ah, Gaetano, che giocatore: vedeva la porta come pochi e aveva grande continuità». Ritorno al futuro, ricorda qualcuno? «Beh, sì, il paragone con Pavoletti un po’ ci sta: hanno avuto lo stesso impatto forte sulla piazza. Però aspetto il bomber di oggi alla prova che superò il bomber di ieri: quella della regolarità nel lungo periodo».
E il Varese di Sottili? «Mi piace, perché è ben attrezzato. Però non capisco perché alterna partitone e partitacce: una volta sembra da Champions, la volta dopo da zona retrocessione. Forse manca l’equilibrio tecnico-tattico».
Quello che sta trovando il Palermo targato Iachini: «Dieci punti in quattro partite: il nuovo mister ha portato l’esperienza della categoria, che in campo mancava un po’ a tutti. E sta costruendo una chiara identità di squadra. Anche la gente, passati lo choc della retrocessione e le contestazioni dell’inizio zoppicante, è tornata positiva. Però la Favorita resta un ambiente caldo, dal mugugno facile, specie in serie B».
Cosa deve fare il Varese per uscirne col bottino? «D’istinto mi viene da suggerire di non chiudersi, di giocarsela: finora in casa il Palermo non ha mai fatto prestazioni convincenti, chi è venuto qui con fiducia ha rimediato sempre belle figure». Andrà allo stadio? «Deciderò all’ultimo. Amo la mia città, ma il Varese è sempre il Varese». Quindi? «Vorrei rivederle entrambe in serie A. In caso di promozione tornerei di corsa al Franco Ossola dopo tanto tempo, per godermi finalmente il Varese dove l’ho sempre sognato. Nell’attesa, a gennaio verrò sicuramente su: ci vediamo?».
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