Diabete, a Bergamo 40 mila casi

«Il diabete sta diventando una malattia sociale: a Bergamo abbiamo circa 40 mila malati, con una incidenza della patologia sulla popolazione di circa il 4%. L’incidenza però cresce notevolmente, e il fenomeno è in aumento negli ultimi anni, nella popolazione sopra i 60 anni: i malati in questo caso arrivano al 10%. E con una popolazione che invecchia sempre di più c’è senza dubbio da correre ai ripari». Non usa mezzi termini Roberto Trevisan, primario dell’Unità di Diabetologia degli Ospedali Riuniti, nel descrivere l’avanzare di una patologia inizialmente silenziosa («purtroppo non dà sintomi nelle fasi iniziali, e oltretutto spesso le persone a rischio non fanno check up periodici sul glucosio nel sangue») ma che può portare gravissime conseguenze se non intercettata in tempo.

«Un ruolo fondamentale, per fortuna, nella Bergamasca è svolto dai medici di base: grazie a loro negli ultimi tempi gli screening hanno permesso di individuare moltissimi casi a rischio diabete. Ma si deve fare molto di più: da un lato perché la popolazione bergamasca diventa sempre più vecchia, e quindi la patologia colpisce un maggior numero di persone negli anni, dall’altro perché gli stili di vita sbagliati e diffusi tra la popolazione infantile e adolescente se non corretti possono portare a una situazione di allarme sociale», continua Trevisan.

Basti pensare, per esempio, che se i casi di diabete di tipo 1, insulino-dipendenti, sono 1.000 tra cui 150 bambini (questo tipo di diabete, che colpisce con una percentuale di un caso ogni mille nati, compare in età precoce), gli altri, si diceva circa 40 mila, sono invece di tipo 2, ovvero non insulino-dipendente (questa forma compare dai 40 anni in su, in particolare tra persone a rischio perché obese, ipertese, con vita sedentaria, ma soprattutto con abitudini alimentari scorrette). E si calcola che oltre a 40 mila casi accertati in Bergamasca, «ce ne siamo almeno 20 mila non noti agli stessi malati. E certamente almeno altri 40 mila casi di persone ad alto rischio diabete».

Quindi diventa fondamentale la prevenzione, «che deve coinvolgere non solo le persone più avanti nell’età, visto che tra le concause del diabete di tipo 2 c’è anche l’invecchiamento fisico, ma tutti, negli stili di vita, perché tra le molte variabili all’origine di questo diabete c’è certamente l’alimentazione e il poco movimento – continua Roberto Trevisan – . Ed è un problema che riguarda tutti: nella Bergamasca si mangiano troppi salumi e formaggi, così come molto pane e anche pasta. Ci si dovrebbe piuttosto abituare a consumare più verdura, frutta e pesce, dosando invece i grassi animali e i carboidrati molto raffinati. Le fibre, invece, hanno una funzione essenziale nel rallentare l’assorbimento degli zuccheri. L’eccessiva presenza di glucosio nel sangue è all’origine del diabete: basta un esame del sangue per scoprire se si stanno correndo rischi».

Accanto alle buone abitudini a tavola, c’è l’attività fisica. Che non significa sport eccessivo, ma costante attività. «Non serve cercare la forma fisica o il fitness estremo, ma abituare i muscoli a “memorizzare” di bruciare gli zuccheri: piuttosto che farsi sudate e cercare perfomance, una camminata a ritmo costante di mezz’ora al giorno, anche la cosiddetta camminata nordica con le racchette, così da muovere anche le braccia, fa molto meglio – evidenzia Trevisan – . Come anche l’acquagym o il pilates. I bergamaschi, comunque, devono sapere che molte palestre in città e provincia propongono oggi programmi di fitness metabolico, ovvero ginnastica e movimento a misura di chi deve tenere sotto controllo la glicemia».

fa.tinaglia

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