Droga a Busto, 2 mesi in galera Ma lui era soltanto un sosia

BUSTO ARSIZIO (t. sco.) «Pronto, c’è la Bianca?» «Sì, vieni. Sono Mimmo». Era questo il segnale in codice usato dagli spacciatori per comunicare ai loro clienti di farsi trovare nei boschi attorno all’inceneritore Accam, a Busto Arsizio. “La Bianca” ovviamente, era la cocaina mentre “Mimmo”, in realtà, si chiama Mustafà. Era lui il marocchino con la passione per la droga (quando le finanze glielo permettevano) che rispondeva al telefono per conto degli spacciatori. Ieri Mustafà, che si trova in carcere, è stato condannato a 4 anni e 10 mesi di reclusione e al pagamento di 20 mila euro di multa. «Mi servivano soldi per comprare le medicine per il diabete – ha raccontato al tribunale di Gallarate –

Mi chiesero se volevo dare uno mano. Io, semplicemente, rispondevo al telefono». Per lui, clandestino in Italia, non era semplice farsi prescrivere i farmaci. E così Mustafà, alias Mimmo, passò da acquirente a telefonista. Una decina i casi in cui era presente nel bosco di Busto Arsizio «a soli 10 metri dallo spaccio», come ha dichiarato lui stesso in aula. «Quando chiamano, digli che sei Mimmo – gli avevano spiegato i capi – così loro sanno dove venire». I fatti risalgono al periodo compreso tra il novembre del 2007 e l’aprile del 2008. Tutto filò liscio fino alla retata che portò all’arresto di due persone e permise di recuperare nel bosco 103 grammi di cocaina e 90 di eroina.

Ieri alla sbarra c’era anche un altro marocchino accusato di spaccio, che ha però avuto una sorte diversa. Nella sua requisitoria l’avvocato della difesa, Alessandra Bigliani, ha parlato di «un’indagine condotta in maniera veramente bizzarra. Completamente basata su riconoscimenti fotografici di persone con cognomi uguali o molto simili agli arrestati». Questo, secondo l’avvocato Bigliani, avrebbe portato ad indagare un gran numero di persone che nulla avevano a che fare con lo spaccio. Persone che, semplicemente, avevano il cognome sbagliato o assomigliavano ad altre persone. «C’è chi è finito in un brutto guaio solo per colpa di una fotografia, magari uscita male». Ed è stato proprio questo il caso del suo assistito che ha passato in carcere 2 mesi e 6 giorni. Anche lui, ieri, è stato sentito in aula a Gallarate. Non era mai stato nei boschi attorno ad Accam e nulla c’entrava con gli spacciatori. Sia il pm che l’avvocato della difesa hanno chiesto, per lui, l’assoluzione. Il giudice Daniela Frattini l’ha dichiarato «innocente per non aver commesso il fatto».

e.marletta

© riproduzione riservata