dall’inviatoNOVARA Noi siamo Beppe Sannino. Noi siamo Eros Pisano. Noi siamo Giulio Ebagua. Davanti ai signori a svariati zeri, dalle mire ambiziose e dalla presunzione ancora più smisurata, Varese ha messo in chiaro la sua identità grazie ai gesti semplici, semplicissimi, di tre persone capaci di incarnare un’intera provincia e la sua anima. In uno stadio che si accanisce con una violenza verbale inaudita contro l’allenatore avversario e i tifosi ospiti, tre baluardi biancorossi sono riusciti a mettere al muro una tifoseria incarognita e irritante. Senza lasciargli possibilità d’appello.Così, all’ingresso in campo, mister Sannino attraversa il prato sintetico fissando a testa alta una tribuna che lo aspetta al grido di «uomo di m…» (il perché, ce lo spiegassero); quindi si posiziona davanti alla sua panchina, punta il dito contro il suo popolo biancorosso schierato nelle gradinate sud e poi si rigira verso gli spalti “nobili” battendosi il pugno sul cuore. A dire: «Loro, la mia gente, sono la mia anima. Voi sarete anche i perfetti candidati alla promozione, ma noi siamo il Varese. E il nostro cuore non conosce ostacoli». La risposta: un intero stadio che salta vantandosi di non essere varesino. Ognuno si accontenta come può.Altra immagine da consegnare alla storia: Eros Pisano viene espulso dal campo di battaglia dopo due ammonizioni e si dirige verso gli spogliatoi circondato da ululati e insulti di ogni genere. Non lo sapeva, il pubblico novarese, di aver proprio sbagliato l’obiettivo della sua rabbia: capitan Pisano con la maglia biancorossa addosso ci è nato e cresciuto. Toccategliela e dovrete fare i conti con la sua dignità. La stessa
dignità che lo rende unico nel riuscire a tenere la bocca chiusa limitandosi ad alzare la mano destra, sventolando un “3” sotto il naso del popolo che non accetta critiche da nessuno. Tre. Come i gol rifilati da Pisano tra andata e ritorno al Novara. «Provocatore, infame» gli gridano. Dieci, cento, mille Pisano rispondiamo noi. Fossero tutte così le provocazioni il mondo (e non solo del calcio) verserebbe in condizioni molto, ma molto migliori. Forse «non succederà più» che segnerai tre gol in due partite alla stessa squadra, caro Eros, ma il tuo gesto sotto la curva azzurra è già leggenda.E infine Giulio. Giulio che viene richiamato in panchina dal mister e applaude a scena aperta un intero stadio in rivolta. Poi, mentre dà il cinque al subentrante Camisa, bacia la maglia. E la bacia e la ribacia proprio lì, all’altezza del cuore. «Negro» gli urla un Lord alle nostre spalle. Noblesse oblige, avanti Savoia. Il loro stile evidentemente è fatto di questo, il nostro sta nell’abbraccio nel quale si stringono subito dopo il bomberone e Beppe Sannino. «Noi siamo il Varese, questo è il Varese» ribadiscono con il loro gesto al pubblico ormai saturo di bile. Ma anche dopo il fischio finale lo spettacolo continua. E così mentre Zappino prende per i capelli Osuji nel suo personale scalpo da consegnare (come no) ai locali, un signore novarese si accanisce contro i colleghi varesini in tribuna stampa denigrando Sannino e invitandolo ad usare in modi assai poco ortodossi la panchina d’oro “scippata”, secondo il nobile oratore, al locale mister Tesser. Contenti loro, contenti tutti.Federica Artina
f.artina
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