Fini sale in cattedra “Non ce l’ho con la Lega”

Fini sale in cattedra “Non ce l’ho con la Lega”

VARESE Il professore sale in cattedra «da giornalista» ma è soprattutto il Gianfranco Fini politico quello che si presenta dopo le dieci di mattina nella Varese leghista («ma io non ce l’ho con la Lega», stempera subito i toni), in un’aula magna zeppa di studenti di scienza della comunicazione, cronisti e politici (leghisti esclusi, con l’eccezione del sindaco). Lectio magistralis, premette il rettore dell’università dell’Insubria Renzo Dionigi, accogliendo un presidente della Camera ad altissimo rischio contestazione nella culla di un Carroccio irritato dalle timidezze del co-fondatore del Pdl nei confronti del federalismo fiscale. «Informazione e politica» è il tema del confronto con gli studenti, concordato da tempo e non annullato. Fini non prende di petto l’attualità ma i riferimenti ci sono, dal rimando agli articoli 21 e 15 della Costituzione, a pluralismo e pluralità d’informazione, dal vulnus di una politica «che non deve seminare odio e avvelenare le coscienze» a quello di una professione «in crisi», tallonata dai nuovi media (internet su tutti) e dai mali dell’etnicizzazione e del retroscenismo. «Le cinque regole (chi, cosa, perché, dove, quando) in Italia, e non solo, vengono disattese da tempo. Non è un giudizio di merito ma il modo in cui si comunica è quello dell’interpretazione, dei pettegolezzi, del vezzo cattivo e dilagante di veder virgolettate frasi mai pronunciate» dice. Meglio, certo, delle veline e dei mezzibusti imbambolati del passato. E, comunque, «non credo si possa dire che la società non apprezza». Una società che non è quella «civile, pulita e onesta» da contrapporre all’«infame società politica» ma è quella che chiede certa informazione, nella quale la politica si rispecchia. Risultato: calo della fiducia nei media e nella politica, disaffezione alla lettura e alle urne. E avanzamento del fai-da-te, che passa dalla Rete, quella che diffonde le idee, rafforza la democrazia, aiuta i ragazzi ad avere nozioni «che noi recuperavamo dopo mesi di ricerche» e che meriterebbe il Nobel per la pace 2010. Ma che pone problemi. Anche di questo si deve occupare «una politica senza lo specchietto retrovisore», che sconta

sul tema «ritardi legislativi» e pensa al presente ma non al futuro. Una politica – rincara il presidente della Camera – che «deve uscire dalla logica della tattica» per trascinare con sé un’informazione diversa. Il co-fondatore del Pdl non nasconde che in Italia «c’è libertà di informazione ma anche di disinformazione». Colpa dei giornalisti? Non solo, il quadro è complesso «in assenza di editori puri, di un confronto di opinioni nel quale non si venga etichettati in un campo o nell’altro, e nell’ambito di un bipolarismo muscolare che taglia con l’accetta e divide tra buoni e cattivi». E spesso l’errore non è nella malafede ma nell’ignoranza di domande sbagliate alle quali certi politici danno risposte inesatte, «come nel caso del federalismo fiscale, per il quale si parla di 2011 come momento topico sapendo che i tempi saranno diversi». Colpa condivisa, dunque, nel solco «di un diritto di cronaca che non deve sentirsi al di sopra degli altri diritti, specie quelli di tutela delle persone» ma che va tutelato. Sì, quindi, al «finanziamento pubblico ai giornali, necessario per tenere in vita testate storiche, capaci di garantire memoria e un minimo di pluralità di informazione, pur non potendo competere con certe portaerei». Niente a che vedere con la pubblicazione sempre e comunque di intercettazioni spesso riguardanti persone neppure indagate. Diritto di dire, non di ferire. Diritto da salvaguardare, come quello di parola, in uno stato democratico: «Bocchino è stato dimissionato senza ragioni e ha la mia piena solidarietà, ma l’ha denunciato e questa è la prova che non siamo in una dittatura». E sbaglia, ammonisce Fini, chi usa questa parola a vanvera: «Non faccio l’apologia della moderazione, ma invito a non avvelenare le coscienze, a non seminare consapevolmente l’odio e a non dar vita a una stagione che l’Italia ha già vissuto». No, rincara il leader ex An, «a trasformare l’avversario in nemico», perché «il nemico lo distruggi o ti distrugge, con l’avversario combatti» ma si può arrivare «a convergenze che non devono essere motivo di scandalo o tacciate d’inciucio».

s.bartolini

© riproduzione riservata

Aggiungi La Provincia di Varese tra le fonti preferite su Google