VARESE Un cellulare getta nuovi dubbi sulla tragedia di Capolago. A più di un mese e mezzo dal ritrovamento del corpo di Giovanni Giacomini sono ancora molti i punti di domanda lasciati in attesa di una risposta. Il 30enne di Capolago, scomparso dalla casa di via Porticciolo il 29 aprile, fu ritrovato da alcuni ragazzini lo scorso 2 giugno all’interno dell’edificio dismesso che un tempo ospitava la trattoria “Caminaccio”. Una storia tragica, piena di ombre e lati scuri che, fin dall’inizio, hanno tormentato i genitori di Giovanni, Maria e Ovidio. Dubbi che anche la trasmissione di Rai 3, “Chi l’ha visto?”, ha puntualmente registrato e raccontato durante l’ultima puntata, lo scorso mercoledì. In special modo, una questione ha attirato l’attenzione più di altre. Quella relativa a un secondo cellulare che Giovanni non avrebbe dovuto avere con sé il giorno della sua scomparsa e che però, a detta di sua sorella Nadia, invece aveva. Ma andiamo con ordine. Proprio secondo il racconto della sorella, prima di sparire per sempre quel tragico 29 aprile, Giovanni era in casa con lei. «Dopo pranzo, ci eravamo seduti sul divano – racconta Nadia – Con molta chiarezza ricordo che mio fratello stava cercando di accedere a Facebook attraverso questo palmare che aveva acquistato qualche giorno prima. Non sapeva ancora usarlo bene; infatti, lasciò perdere». Un ricordo nitido quello che
riporta Nadia. Un ricordo che però pone nuove domande. Sì perché quel cellulare, un Acer liquidmini e310, non è mai stato ritrovato insieme al corpo del 30enne. Il telefono fu invece consegnato ai genitori di Giovanni da Walter Piazza, presidente dell’Europa Investigazioni srl, a fine maggio. Allora come si può spiegare questa incongruenza? Forse i due si erano incontrati? Per Walter Piazza, che ha indagato sul caso parallelamente alle forze dell’ordine, il ricordo della sorella non corrisponde affatto alla realtà: «Pochi giorni prima che Giovanni sparisse – dice il presidente di Europa Investigazioni – venne da me in ufficio. Aveva bisogno di contanti e così mi chiese di acquistare da lui questo cellulare. Alla fine, visto la sua insistenza, accettai. L’ultima tranche, 120 euro, la pagai proprio la mattina di quel 29 aprile. E il telefono, posso assicurare, stava già nel mio studio da giorni». Anzi, aggiunge: «Attraverso un localizzatore si può scoprire senza ombra di dubbio dove si trovasse quel cellulare il giorno della scomparsa – chiarisce Piazza – Dovunque, ma non nella casa di via di via Porticciolo. Invito le autorità competenti a fare le verifiche del caso». Le due versioni non possono coesistere. Certo è che ogni elemento sembra diventare lo spunto per una nuova interpretazione. Non resta che aspettare i risultati dell’autopsia. Risultati che, però, tardano ad arrivare.Benedetta Magistrali
s.bartolini
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