«Gli dicevo: sei alto come un barattolo, e lui segnava»

Giuseppe De Luca fa impazzire tutta Bergamo con un sogno dolce, dal profumo inebriante: l’Europa. La Zanzara sabato a Bologna è stato il migliore in campo con gol e assist, proprio come la domenica precedente. Un gol meraviglioso, una velocità insostenibile per i difensori avversari, la grinta di chi non molla mai. Il piccolo De Luca ha sempre volato alto, come ci raccontano Giorgio Scapini, responsabile del vivaio del Varese che l’ha scoperto, e Stefano Bettinelli, l’allenatore che l’ha lanciato nel vivaio biancorosso.

«Lo comprai in un momento in cui la società non navigava in buone acque – ricorda Scapini – era il periodo del fallimento. Stavamo costruendo la squadra dei ’91, e mi colpì la verve di quel ragazzino che correva come un treno ed era sempre motivato al massimo. Il fisico chiaramente lasciava qualche dubbio, era proprio in miniatura, per questo l’allenatore iniziò a chiamarlo la zanzara, perché pungeva».

Un ragazzino che non ha mai avuto paura di puntare in alto, che ha sempre avuto la testa da giocatore, e un pizzico di scaramanzia. «Mi ricordo una volta dopo una partita, eravamo al bar fuori dallo stadio, lui stava bevendo la sua consueta Fanta, e mi chiese: “Secondo te posso diventare un calciatore?”.

Io scherzando gli risposi che era alto come un barattolo, che non poteva andare lontano, pur sapendo benissimo che con quella forza di volontà ci sarebbe arrivato. Oppure quando volle accarezzare il mio cane Ribes, che si dice porti fortuna, prima di Varese-Padova. Lui segnò, anche se poi sappiamo come andò a finire».

Gli fa eco Stefano Bettinelli, suo allenatore nel vivaio biancorosso: «Me lo ricordo piccolissimo, lo allenai nei due anni di Allievi. La sua forza è quella di aver sempre voluto fare il calciatore, lo ha desiderato talmente tanto da esserci riuscito. È questo il suo grande merito, oltre a delle doti tecniche e tattiche che gli vanno riconosciute, e che negli anni ha costantemente migliorato».

Un carattere forte, la continua voglia di emergere, la rabbia che lo contraddistingueva ogni volta che restava in panchina: un vincente nato, e Bettinelli se lo ricorda bene: «Avevo molti giocatori importanti in quegli anni, come Beppe c’erano anche Giacomo Beretta e Pandiani. Davo spazio a tutti, mi capitava di lasciare fuori uno dei tre. Lui era sicuramente quello che peggio digeriva un’esclusione. Lo accompagnavo sempre io a casa dopo le partite, e quando non giocava era capace di non aprire bocca per tutto il viaggio di ritorno. Voleva sempre essere protagonista, per me quelli erano segnali importanti, e che hanno formato il suo carattere nel tempo».

Scapini però non gli faceva mai mancare una tirata d’orecchie perché, per quanto bravo fosse sul campo, non lo era altrettanto a scuola. «Non era un fenomeno sui banchi, allora ogni tanto lo lasciavamo in panchina il sabato e la domenica. Lui non lo sopportava, impazziva».

La carta d’identità segna 1,68 per 70 chili, eppure è stato in grado di sopperire con velocità e rapidità, come sottolinea Scapini. «È un calciatore atipico, non teme la forza fisica, ha una grande elasticità. Ho visto passare tanti giocatori da Varese, ma così tanta prontezza e un tale senso del gol li ho visti solo in lui».

Ha ancora un ampio margine di miglioramento, secondo Bettinelli: «Essere arrivato in serie A è già un grande risultato, riuscire a fare gol ancora di più, non ci riesci per caso, ci vuole qualità. Lui è stato bravissimo ad ovviare alla sua carenza fisica con velocità ed esplosività, grazie a tanto allenamento, ma può crescere ancora».

Lui ha Varese nel cuore, e tanti altri come lui. Pisano, Beretta e Lazaar, che ha voluto ricordare ai tifosi che nel suo cuore c’è solo Varese. Non saranno stati felicissimi a Palermo dopo le sue parole, ma Scapini lo difende: «Penso che queste finezze ancora non le abbia capite: è uno sanguigno Achraf. Come gli altri ragazzi, ha Varese nel cuore, è stata la sua prima vera squadra, e ci è legato. Ha grandi mezzi e sono sicuro che non si lascerà sfuggire questa occasione. Anche se ammetto che un giorno mi piacerebbe, magari a fine carriera, rivederli a Varese, con la coppia Beretta-De Luca in attacco».

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