A 50 metri dall’orrore, a 50 metri della morte. È questa la distanza che le porte girevoli del destino hanno concesso a , giornalista freelance che attualmente collabora con la tv belga Atv e che l’altro ieri si trovava all’aeroporto di Bruxelles, teatro degli attentati che hanno dilaniato la capitale belga. L’uomo era al seguito dei Port of Antwerp Giants, la squadra di basket
di Anversa che martedì mattina stava per volare a Malpensa e raggiungere Varese, dove ieri sera avrebbe dovuto giocare – contro la Openjobmetis – gara 1 dei quarti di finale di Fiba Europe Cup. Lo abbiamo incontrato al Palawhirlpool, dove è arrivato con giocatori e staff al termine di un viaggio interminabile. Nel racconto che segue ci sono fatti ed emozioni del suo dramma.
«Erano le 8 di mattina e stavamo facendo il check-in. La squadra è andata avanti, mentre io mi sono attardato: ho avuto qualche problema perché avrei voluto imbarcare la telecamera ma non me lo hanno permesso. Una volta risolta la questione mi sono portato nell’area controlli, almeno 10 minuti dopo giocatori e staff, che a quel punto erano già al sicuro vicino al gate».
È il momento cruciale: «Appena arrivato lì ho sentito una grande esplosione: la ricordo come estremamente rumorosa. Improvvisamente si è fatto tutto buio, perché le luci sul soffitto si sono rotte. Volavano schegge, cartacce, penso fogli di giornale, intorno c’era fumo. Sono stato preso dal panico, ma al contempo ho capito di essere fortunatamente più spostato rispetto al centro dell’esplosione».
Phil a questo punto si ferma. Abbassa per un attimo la testa, poi la rialza e ti guarda dritto negli occhi: «A cinquanta metri da me ho visto delle cose orribili – continua con un filo di voce – C’erano delle persone per terra, penso fossero morte, ho avuto paura ad avvicinarmi. Si sono sentiti altri rumori, c’era ancora qualcuno che sparava: ho visto uomini correre via, altri rimanere sul pavimento».
Il giornalista della tv belga è rimasto fermo dove si trovava per quasi 30 minuti: «Mi sono nascosto dietro a un banco dei controlli. Vicino a me c’era una giovane donna, veniva da Israele: aveva molta paura e mi ha chiesto di abbracciarla. L’ho fatto. Ma non so effettivamente chi abbia consolato chi: anch’io ero sconvolto.…».
Dopo mezz’ora è arrivato uno steward: «Ha detto a tutti di correre dietro di lui e ci ha portato in una stanza, penso fosse una toilette delle signore. Ci siamo ritrovati in venti in pochi metri quadrati e siamo rimasti lì per almeno altri venti minuti. Poi è arrivato un poliziotto e ci ha condotto ad un gate, l’unico che era rimasto aperto. Qui ho finalmente rincontrato la squadra: dopo quasi un’ora ci hanno quindi fatto uscire sulla pista».Phil, giocatori e staff di Anversa, insieme ad altre 3000 persone, sono stati costretti a sostare sulla pista per cinque ore: «Eravamo al freddo, senza possibilità di mangiare o di andare
in bagno. Qualcuno è arrivato con l’acqua, che è stata data prima di tutto ai bambini». Qui il cronista fa una pausa nella narrazione: «A un certo punto su Twitter abbiamo visto una foto che ci ha fatto rabbrividire». Era quella di , ex giocatore anche del campionato italiano, conosciuto da molti atleti di Anversa e collaboratore della Pallacanestro Varese, visto che la sua società trasmette le partite di Fiba Europe Cup della squadra biancorossa: «Lui era uno dei feriti gravi. L’immagine lo ritraeva a terra, con la gamba squarciata: lo scatto ha fatto il giro del mondo. Per tutti noi è stato forse quello il momento più difficile».
L’odissea è continuata per la comitiva: «Sono arrivati dei soldati con i mitra spianati e ci hanno invitato ad allontanarci. Abbiamo camminato per circa due chilometri sulla pista, ma non capivamo perché dovevamo farlo. Poi ci è stato detto: avevano trovato una terza bomba, che gli artificieri hanno fatto esplodere».
Erano le sei del pomeriggio quando il team – rimasto in contatto per tutto il giorno con la Pallacanestro Varese – è riuscito a raggiungere la propria sede: «Abbiamo deciso di andare a Parigi in pullman e siamo partiti da Anversa a mezzanotte, arrivando all’alba in Francia e da lì partendo per Malpensa».
In fondo a una lucida cronaca c’è spazio per le sensazioni: «Ho capito fin dal primo secondo di essere in mezzo a un attentato terroristico. In un momento del genere non puoi far altro che pensare alle persone più importanti della tua vita: per me sono la mia ragazza, i miei genitori e un amico in particolare. In quell’istante ho avuto dentro loro».












