Il comitato Varese 2.0 scrive a Daverio «Non ho tempo di rispondere»

Il comitato Varese 2.0  scrive a Daverio
«Non ho tempo di rispondere»

Anche, critico d’arte e conduttore televisivo, riceverà la lettera aperta firmata dal ComitatoVarese2.0. Ma non risponderà. «Le pare che io, a 65 anni compiuti, ho ancora tempo di rispondere ai comitati? – afferma Daverio – Di comitati in Italia c’è né uno per ogni cosa. In un Paese democratico le decisioni dovrebbero passare per chi governa e per chi si oppone. Altrimenti finiamo nel cortile del vusa pusé (la vaca l’è sua)».

Per poi aggiungere: «io quando sento la parola “comitato” mi spavento subito. I comitati sono luoghi dove ognuno legittima ciò che gli passa per la testa fino a farlo diventare sacro».

E ancora: «Non sono in grado di entrare nel merito del progetto del parcheggio alla Prima Cappella, ma rifiuto il “metodo” di contestazione. Se l’Italia è ridotta così è per colpa dei comitati. Ne ho incontrati a decine a Milano. Tutte le volte che si voleva aprire una strada o un parcheggio, ci si trovava un comitato contro».

Un’altra parola che spaventa Daverio è “Soprintendenza”: «è un ente “comitatoso” molto cervellotico. Per essere funzionante la Soprintendenza dovrebbe avere una guida ministeriale, cosa che non succede mai. E così l’Italia è un po’ sbandata».

Daverio conosce bene il Sacro Monte: «Quando ero bambino lo raggiungevo da Velate a piedi mettendoci una giornata. Adesso i ritmi di vita sono cambiati e il tempo è meno per tutti. Ma è impossibile tornare al passato. Rifiuto l’opinione di coloro che ambiscono a tornare alla candela, allo scorbuto, a quando i contadini stavano in campagna a piedi nudi, sperando però di stare dalla parte dei signori».

E ancora: «Antropologicamente, la nascita dei comitati è un fenomeno naturale in un periodo come questo, in un Paese che non è più in grado di immaginare il proprio futuro. diceva che, nella società, esistono quelli che stanno bene, che sono conservatori. Quelli che stavano meglio ieri, che sono reazionari. E gli utopisti, orientati al futuro. I comitati sono etimologicamente reazionari perché l’impulso che li muove non è andare avanti, ma tornare indietro». Risultato? «Tutto questo determina una patologia nazionale. Neppure l’Expo è in grado di immaginare il futuro. Pensiamo ai Bronzi di Riace. Hanno viaggiato tranquillamente ovunque. Poi sono tornati a Reggio Calabria e un comitato ha detto no all’Expo, senza che nessuno sia stato in grado di capire perché. Siamo in un periodo della storia in cui non siamo più in grado di produrre e confrontarci su nulla, dove ha la meglio chi urla più forte».

Il tutto con due conseguenze sociali, entrambe «molto tristi». La prima è la «bruttezza», perché «per via dell’antropizzazione, il territorio si sviluppa comunque, ma senza progetti».

Su un altro piano, più teorico, si verifica il «crollo delle autorevolezze». «In tutte le società che funzionano di sono aree che vengono ascoltate e rispettate. Noi non le abbiamo più» conclude Daverio. Che si esprime anche sull’idea del referendum, dicendo che è uno strumento che può portare a paradossi: «non dimentichiamo che, proprio con un referendum, in Italia è stato abolito il Ministero del turismo. Eppure, il nostro non è forse un Paese che dovrebbe vivere di turismo?».

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