Non è proprio lo stesso, ma ieri a Catania è un po’ come se anche il Varese fosse in serie A. Ai piedi dell’Etna, di fronte i padroni di casa guidati da Rolly Maran e il Palermo del condottiero Beppe Sannino. Un derby ad altissima tensione sportiva e non solo; come tradizione vuole, gol finale del Palermo, quello dell’1-1 a referto. Al 94′, Ilicic riporta a galla i rosanero e scoppia la rissa: espulso Andujar, portiere catanese, botte da orbi, scene da derby.
In quel colpo di Ilicic c’è tutta la capacità di stare al mondo di Beppe Sannino, il suo cavare un ragno dal buco laddove nessun altro saprebbe tirar fuori qualcosa. È questo il suo Palermo: una squadra che lotta, che ha limiti grossi così; eppure, un gruppo che ha ancora brace sotto la cenere. Quel bagliore si chiama Giuseppe Sannino. In quel giro di campo pre-partita, un affronto, c’è il cuore del generale che si fa soldato semplice. «Chi mi conosce – ha detto sardonico a fine gara – sa che queste cose le faccio; un mister va sempre a vedere il campo».
Noi ce lo ricordiamo bene. Sulla sponda etnea ecco il compassato Rolly Maran, il buon padre di famiglia, saggio e pratico, mai sopra le righe. Per vincere un derby, forse un po’ fuori dal margine devi andarci. Imparerà ad farlo. Intanto, come aveva fatto ereditando il Varese di Sannino, è arrivato a Catania a fari spenti, senza smentire l’ottimo lavoro fatto da chi l’ha preceduto (Montella). Umilmente è ripartito dalle certezze facendole diventare roccia solida: andando perfino oltre chi aveva tracciato il cammino.
b.melazzini
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