Le opere di Antonello da Messina sottratte nella notte di Ferragosto dal MuMe, il Museo regionale interdisciplinare “Accascina” di Messina, possono valere milioni di euro, ma difficilmente potrebbero essere trasformate in denaro attraverso una normale vendita clandestina. Il motivo è semplice: sono opere uniche, riconoscibilissime e strettamente legate a uno dei più importanti pittori del Rinascimento italiano.
La loro fama, anziché aumentarne l’appetibilità per il mercato nero, le rende infatti estremamente rischiose da gestire. Qualunque tentativo di vendita attirerebbe l’attenzione di esperti, forze dell’ordine e operatori del mercato dell’arte. Per questo, nei circuiti criminali, sono generalmente più facilmente collocabili opere meno note e di valore inferiore, per le quali è più difficile ricostruire la provenienza e individuare immediatamente un eventuale tentativo di vendita.
Il colpo al MuMe e le opere portate via
I quattro ladri entrati nel museo hanno tentato di impossessarsi delle cinque tavole che compongono il Polittico di San Gregorio, noto anche come Polittico del Rosario, realizzato da Antonello da Messina nel 1473.
L’operazione, però, non è andata completamente secondo i piani. I ladri sono riusciti a portare fuori dal museo soltanto tre delle cinque tavole, mentre le altre due sono state abbandonate poco lontano dall’edificio e successivamente recuperate.
Alle opere del polittico si aggiunge una tavoletta bifronte risalente alla fine degli anni Sessanta del Quattrocento, dipinta su un lato con la Madonna con Bambino e sull’altro con un ritratto di Cristo. Anche questa opera è stata sottratta durante il furto.
La tavoletta era stata acquistata dalla Regione Siciliana nel 2003. Secondo quanto riferito dal critico d’arte Vittorio Sgarbi al Corriere della Sera, proveniva da una collezione privata berlinese ed era stata acquistata per 257.188,75 sterline, equivalenti all’epoca a circa 361.857 euro.
Oggi, secondo l’assessore regionale ai Beni culturali della Sicilia Fabio Granata, il suo valore potrebbe essere arrivato ad almeno «decine di milioni di euro».
Quanto valgono davvero le opere di Antonello?
Stabilire un prezzo preciso per le tavole rubate non è semplice. Per opere di questo livello non esiste infatti un vero e proprio prezzo di mercato comparabile con quello di un quadro contemporaneo.
Un parametro utile per comprendere l’ordine di grandezza è rappresentato da un’altra opera di Antonello da Messina: l’Ecce Homo, acquistato dal governo italiano nel gennaio 2026 per 12 milioni di euro.
Il valore delle opere sottratte al MuMe va quindi considerato non soltanto in termini economici. La loro importanza deriva soprattutto dalla rarità, dall’attribuzione ad Antonello da Messina e dal loro significato nella storia dell’arte italiana.
Ed è proprio questo elemento a renderle particolarmente difficili da riciclare.
Un bottino prezioso, ma quasi impossibile da monetizzare
A differenza di gioielli e pietre preziose, un dipinto antico non può essere facilmente smontato e venduto a pezzi senza distruggerne il valore. Inoltre, un’opera celebre non può essere semplicemente immessa sul mercato senza lasciare tracce.
Chiunque cercasse di venderla a un professionista del settore dovrebbe fare i conti con la provenienza dell’opera, i cataloghi, le fotografie, gli archivi e soprattutto con la sua immediata riconoscibilità.
Per questo motivo, secondo gli esperti che hanno analizzato il furto, è improbabile che l’obiettivo sia stato quello di rivendere le opere attraverso i tradizionali canali del mercato clandestino.
Una delle ipotesi è che dietro il colpo possa esserci la criminalità organizzata. In questo scenario, le opere non verrebbero considerate semplicemente come merce da vendere, ma come una sorta di riserva di valore o garanzia da utilizzare all’interno di operazioni criminali.
Le opere d’arte come “moneta” della criminalità
Il possesso di un’opera di valore eccezionale può infatti avere una funzione diversa dalla vendita. Può diventare uno strumento di pressione o di scambio, anche se rimane nascosta e non viene mai immessa sul mercato.
Lynda Albertson, direttrice dell’Association for Research into Crimes against Art, ha spiegato a Repubblica che, in questi casi, ciò che conta può essere proprio il potere negoziale garantito dal possesso dell’opera: «basta averle», anche senza mostrarle o venderle.
È un meccanismo già osservato in passato nell’ambito della criminalità organizzata, dove opere d’arte e altri beni di enorme valore possono essere utilizzati come forma di investimento, status symbol o garanzia nell’ambito di scambi illeciti.
L’altra ipotesi: un collezionista disposto a nascondere il proprio tesoro
Esiste però anche una seconda possibilità: che il furto sia stato commissionato da un privato interessato esclusivamente al possesso delle opere.
In questo caso, l’obiettivo non sarebbe ricavare denaro dalla vendita, ma entrare in possesso di un capolavoro che nessun collezionista potrebbe acquistare legalmente.
Un’opera di Antonello da Messina potrebbe quindi diventare una sorta di trofeo da custodire segretamente, lontano da musei, aste e collezioni ufficiali. Una scelta estremamente rischiosa, ma non necessariamente priva di valore per chi fosse disposto ad accettare le conseguenze.
Il precedente del Louvre
Il problema della scarsa commerciabilità dei beni artistici rubati era emerso con forza anche dopo il furto di otto gioielli dal Louvre di Parigi nell’ottobre 2025.
In quel caso era stata presa in considerazione anche la possibilità di smontare i gioielli per recuperare e rivendere separatamente diamanti e altri materiali preziosi. La tiara dell’imperatrice Eugenia, per esempio, era decorata con circa 2mila diamanti.
Una soluzione del genere non è invece applicabile alle opere di Antonello da Messina. Il loro valore non risiede nei materiali utilizzati, ma nella mano dell’artista, nella composizione, nella storia e nell’autenticità.
Distruggerle o modificarle significherebbe quindi compromettere proprio ciò che le rende preziose.
Un tesoro che nessuno può davvero vendere
Il paradosso del furto di Messina è tutto qui: le opere sottratte possono valere milioni di euro, ma proprio il loro enorme valore le rende quasi impossibili da trasformare in denaro.
Non sono semplicemente quadri costosi. Sono opere celebri, catalogate, fotografate e immediatamente riconoscibili. Qualunque tentativo di farle riemergere sul mercato dell’arte rischierebbe di provocare un’immediata identificazione.
Per questo, più che chiedersi soltanto quanto valgano, gli investigatori dovranno capire perché qualcuno abbia deciso di rubarle e soprattutto chi possa avere interesse a custodirle.
La vera sfida, ora, sarà riportarle alla luce prima che possano diventare una moneta invisibile nelle mani della criminalità o il tesoro segreto di un collezionista disposto a tutto pur di possederle.













