Il Grande Varese allo stadio Oggi nasce la tribuna Arcari

Il Grande Varese allo stadio Oggi nasce la tribuna Arcari

Varese ricorda il suo passato e gli uomini che l’hanno resa grande, Varese onora la sua storia. Da oggi, un pezzo del Franco Ossola non sarà più lo stesso: cambierà nome, cambierà faccia e diventerà più bello. Perché oggi, con una cerimonia che prenderà il via alle 12.30 e a cui parteciperanno tutti i protagonisti del grande Varese, la tribuna d’onore verrà intitolata a Bruno Arcari: personaggio quasi

mitologico, allenatore dei biancorossi più forti di sempre (serie B dominata nel 1967/68, serie A strepitosa finita al 7° posto l’anno dopo). Il grande Arcari (lo chiamano Arcari IV, come un re o un papa) è scomparso nel 2004 e oggi Varese gli rende omaggio. Una città che ricorda: Bob Morse e Manuel Raga cittadini onorari, Dino Meneghin varesino acquisito, la Tribuna Arcari. Una città che ci piace.

Riccardo Sogliano giocò nel Varese di Arcari, e del suo vecchio mister ci ha sempre parlato benissimo: «Ero molto affezionato ad Arcari – racconta – uno che con me ha avuto una pazienza infinita: gliene combinavo di tutti i colori, e lui è sempre riuscito a sopportare tutto. Oggi, per lui, tornerò a Masnago: da più di tre anni non metto piede allo stadio perché l’avevo giurato, ma per Arcari devo fare un’eccezione». Chi era l’Arcari allenatore: «Uno attentissimo ai particolari, che con la sua calma e la sua bonarietà riusciva sempre a farti fare quello che voleva lui: non l’ho mai sentito urlare una volta, né in panchina né in spogliatoio, e nei modi di fare posso paragonarlo a Liedholm. Lo ricorderò sempre come un grande uomo, prima che come un grande allenatore».

Tra gli uomini che per Arcari hanno giocato c’è anche il presidente onorario del Varese, Peo Maroso. «L’anno scorso ci sono stati i festeggiamenti per il centenario, e Arcari venne dimenticato: non fu incluso nella lista di quegli uomini che avevano fatto grande il Varese e la cosa mi fece arrabbiare non poco. Ora gli viene intitolata una tribuna, di fianco a quella che

anni fa venne intitolata a Borghi: bello». I ricordi del Peo vanno indietro nel tempo: «Un uomo umile, sempre sereno e capace di farsi rispettare senza alzare la voce, anzi: se sentiva qualcuno che imprecava, giovane o vecchio che fosse, lo riprendeva subito. Allenò la squadra più forte mai vista a Varese, quella che rifilò cinque gol alla Juve: e molti meriti erano suoi».

Cosa direbbe oggi Arcari a un giovane biancorosso come Pucino o Cacciatore? «Troverebbe le parole giuste per fare capire a questi ragazzi che lo sport è un lavoro e una passione, ma prima di tutto è educazione e rispetto. Lo vedrei benissimo su una panchina di oggi, a fare da contraltare a quegli allenatori che urlano e sbraitano per novanta minuti: lui li batterebbe stando seduto e in silenzio. Ai giovani di oggi spiegherebbe che non è importante avere un allenatore che urla: l’importante è sapere che in panchina c’è uno che ti vuole bene».

Educazione, umiltà: ecco Bruno Arcari. «Io – continua Maroso – in quella squadra ero il vecchietto visto che avevo già superato i trentacinque anni: non ero più titolare, davanti a me c’era un giovane e io mi sarei dovuto far trovare pronto all’evenienza. All’epoca andavamo in ritiro alla Casa dell’Atleta di Comerio, io dividevo la stanza con Sogliano: la sera prima della partita Arcari bussava alla nostra porta e poi timidamente si affacciava sussurrando “Peo…”. Non osava entrare. Io ribattevo subito: “Mister, se è qui per dirmi che domani non gioco, può anche andarsene subito”. Allora lui entrava e quasi si scusava, spiegandomi ogni volta i motivi della mia esclusione. Un galantuomo: ecco il mio Arcari».

E in quella squadra c’era anche Pietro Anastasi: «Ero un ragazzino che arrivava dalla Sicilia e aveva paura di tutto: Arcari è stato un padre che mi ha riempito di consigli. Predicava e insegnava l’umiltà, e credo che sarebbe capace di insegnarla anche ai giocatori di oggi: li prenderebbe da parte, e spiegherebbe che per fare il calciatore bisogna essere uomini seri e persone buone».

Attilio Fontana, sindaco di Varese, che ha avuto l’idea della “Tribuna Arcari”: «È giusto – dice – fare in modo che Varese ricordi per sempre un personaggio che ha fatto la storia di questa città. Di solito è facile ricordare i giocatori: è invece giusto non dimenticare anche quei grandi allenatori che sono passati da queste parti, nel calcio come nel basket».

Francesco Caielli

a.confalonieri

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