VARESE Il calcio è un gioco fatto di uomini, sguardi, sentimenti: tutto il resto, è semplice contorno. E allora diventa facile scoprire cosa c’è dietro a quel che succede a una squadra, perché non ci sono tanti segreti: basta guardare negli occhi delle persone giuste.
Rolando Maran è il simbolo di questo Varese che sorride: capace di rivoltarlo come un calzino dopo l’azzardo Carbone, capace di dargli delle ragioni per lottare, capace di convincerlo a guardare sempre avanti. E allora, quando il campionato si ferma a tirare un po’ il fiato, è giusto sedersi di fronte a lui e, guardandolo negli occhi, fargli le domande che gli farebbe ogni tifoso.
Mister: si dia un voto.
Io non mi azzarderò mai a dare voti a me stesso, non è una cosa bella. Mi piace invece dare un voto a quello che è successo dal giorno in cui sono arrivato a Varese ad oggi.
Ci provi.
La squadra ha rovesciato una situazione che era diventata complicata: non è mai bello vedersi costretti a guardarsi le spalle perché non si riesce più a vincere, ed è difficile invertire la rotta. Noi ci siamo riusciti, e non è poco.
Ora dia un voto a tutto quello che la circonda.
Varese mi ha sorpreso, e questa volta le vittorie e la classifica non c’entrano nulla perché quelle sono cose che mi aspettavo. Invece sono accadute cose che non mi aspettavo, e sono state tutte sorprese bellissime.
Ce le racconta?
Non mi aspettavo di trovare attorno a me tutto il calore che invece ho trovato, non mi aspettavo di venire calato in un contesto meraviglioso nel quale tutti vivono la squadra da vicino, non mi aspettavo che si creasse quel rapporto tra me e il pubblico che invece si è creato.
E che rapporto c’è?
Sarebbe facile dire che io ho conquistato la folla: perché la folla mi applaude e grida il mio nome. Ma la verità è che è stata la folla a conquistare me. E questa cosa non mi era mai capitata. Ora ho una grossa responsabilità.
Quale responsabilità?
Dicono tutti che io sono una persona chiusa: non è vero, sono chiuso solo in apparenza. E quindi i rapporti personali per me hanno un valore enorme. Ho la responsabilità di restituire e ricambiare tutta questa fiducia e tutto questo calore.
Che idea si è fatto di Varese?
È una città che mi somiglia.
Perché?
Perché è chiusa e musona, ma solo a prima vista. È una città che se ne sta zitta e non dà confidenza, ma poi è capace di slanci improvvisi e meravigliosi come la serata del Vela con i disabili e Roberto Bof. E chi se l’aspettava, una serata del genere, da Varese?
È il nostro segreto: benvenuto.
Serate come quella sono il vero valore aggiunto di questa città: e se qui a Varese lo sport è sempre stato teatro di grandissime imprese, è proprio grazie a questo coinvolgimento, a questo senso di appartenenza, a questo slancio in più. Tante realtà diverse, lo stesso modo viscerale di vivere: io, che vengo da fuori, l’ho avvertito subito. E mi è piaciuto.
Rapporti, persone: Maran e l’assistente Maraner, sembrate una cosa sola anche per il cognome.
Mi fa piacere che mi si chieda di Christian, perché dietro ai nostri risultati c’è tantissimo di suo, anche se non appare. Qui a Varese ho trovato persone meravigliose e collaboratori davvero molto validi, ma con Christian è diverso.
In che senso?
Nel senso che prima di tutto siamo amici, ci lega una stima morale prima che professionale: siamo un binomio perfetto e siamo complementari l’uno con l’altro.
Segue il ciclismo?
Mi piace: non sono un fanatico come Guidolin, ma son pur sempre un trentino.
E allora racconti il campionato che verrà come fosse una
tappa del Giro.
Siamo arrivati al primo Gran Premio della Montagna, e ci siamo arrivati come una squadra: con i gregari che hanno tirato per i capitani, con i capitani che non hanno avuto vergogna di portare le borracce. Ora c’è una breve discesa per tirare il fiato, e poi ci aspetta la salita decisiva: ma io sono fiducioso.
Cosa vorrebbe trovare sotto l’albero?
Chiedo che i prossimi mesi siano un crescendo di emozioni.
Francesco Caielli
a.confalonieri
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