Il terzo mandatodivide i sindaci

Il terzo mandatodivide i sindaci

VARESE Quindici anni di vita dentro il palazzo? A molti sindaci del Varesotto sembrano troppi. E se c’è chi teme che un mandato troppo lungo possa far nascere “sindaci dittatori”, altri invocano la possibilità di tornare, come una volta, senza limiti di candidature consecutive, ma solo per i comuni sotto i 15mila abitanti. La posizione di mediazione la assume il primo cittadino di Cassano Magnago, città natale di Umberto Bossi,

il leghista Aldo Morniroli, che sta affrontando la sua seconda amministrazione. «Quella di introdurre un terzo mandato la ritengo un’idea valida – ammette – purché limitata ai comuni di piccole dimensioni. Per le realtà grandi impostare la vita di una giunta in tre fasi sarebbe controproducente». Secondo il sindaco di Cassano «il numero di due mandati non è stato scelto a caso ma rappresenta la durata naturale di un’amministrazione».

«I primi cinque anni – spiega – servono a impostare i progetti per la città che, essendo di medio e lungo termine, hanno bisogno di un altro quinquennio per andare in porto». Aggiungere un terzo mandato, insomma, creerebbe solo discontinuità amministrativa. «Questo vale per la situazione attuale – continua – se avessimo il federalismo fiscale, e i comuni potrebbero avere maggiore capacità di spesa, allora le opere andrebbero in porto anche nell’arco di cinque anni. E il terzo mandato avrebbe senso anche nei grandi comuni».
Nel frattempo, meglio aspettare. Perlomeno nelle realtà di medie e grandi dimensioni. Perché nei paesi del territorio c’è chi scalpita. Come il sindaco di Laveno Mombello Ercole Ielmini. «La mia idea è semplice – mette in chiaro Ielmini – sotto i 15mila abitanti i comuni dovrebbe essere esenti da tutti i vincoli. Niente patto di stabilità e tantomeno limite di mandati. Le piccole realtà hanno bisogno di poter trovare dei validi punti di riferimento, evitando di dover “nascondere” il sindaco in lista, una volta che ha raggiunto il tetto di rielezioni. La legge che impone il massimo di dieci anni è ingiusta perché colpisce i comuni, mentre lascia fuori le altre istituzioni, come parlamentari e consiglieri regionali, che hanno minori responsabilità e possono passare l’intera vita a spese dello Stato. Le realtà locali, insomma, vengono penalizzate. Mentre nelle altre istituzioni ci sono gli unti dal Signore che possono spadroneggiare. Occorre maggiore equità. E togliere dai vincoli i paesi più piccoli».

Una posizione chiara. Così come quella del primo cittadino uscente di Buguggiate, il leghista Alessandro Vedani, che dopo aver governato per dieci anni si è fatto da parte. «E l’avrei fatto anche se avessi avuto la possibilità di ricandidarmi – dice – Garantire l’alternanza è giusto e dovrebbero essere posti dei limiti anche a tutte le altre cariche esecutive, dal presidente di Regione al Presidente del Consiglio. In Lombardia abbiamo l’esempio dell’onnipotente Formigoni. Ma prima della legge attuale, nei paesi del nostro territorio c’erano

sindaci che governavano per decenni, fossilizzando la vita politica e personificando l’amministrazione».Non prende posizione il sindaco di Luino Gianercole Mentasti, anche lui al secondo mandato, che aspetta di vedere l’evolversi della situazione. «Un mandato in più può essere una cosa utile, non fondamentale. La legge che pose il tetto di dieci anni è servita a impedire che gli stessi personaggi governassero per 30 o 40 anni, com’è successo durante la prima Repubblica, senza garantire l’alternanza. Da 10 a 15 anni  non c’è grande differenza».

e.romano

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