VARESE «I politici non hanno capito niente dello spirito degli alpini». Parola di alpino varesino doc, Silvio Botter, che oltre ad essere un ex è presidente dell’Associazione nazionale alpini è impegnato nella protezione civile. Non che consideri insensata tout court la legge proposta dalla Lega per favorire il reclutamento dei volontari del Nord, ma per lui – se una ragione può avere – di certo non c’entra né con l’identità dalle “penne nere”, né con il concetto di attaccamento al territorio. «Quello che hanno posto è solo un problema di lavoro», spiega Botter. «Ce n’è poco da tutte le parti e soprattutto nel meridione, ma adesso che fare il militare è diventata una professione per chi non ne ha una fare l’alpino è una manna dal cielo. Come minimo sono 1.200 euro al mese di base, più tutte le indennità». Indennità che salgono parecchio per chi sceglie le missioni all’estero, cosa che sempre più spesso chiama in causa proprio il corpo degli alpini: «Non sono aggiornato sulle cifre esatte ma so che si va tranquillamente a 2.500 euro in su». Insomma, altro che identità alpina e altro che territorialità, a sentir lui che alpino è stato nel lontano 1965, mandato in servizio a Cuneo. Eppure l’identità di cui sopra è esistita ed esiste. «C’è un modo di vivere alpino, c’è un modo di essere alpino», spiega Botter, «ed è un modo di occuparsi del servizio alla comunità senza pensare che tutto sia dovuto ma partendo dall’ottica di dare qualcosa». Si sente poco nelle grandi città come Varese, secondo lui, mentre un legame forte con il territorio
è rimasto nei piccoli comuni. Niente a che fare però con la provenienza. Tanto meno oggi. «Ha avuto effettivamente un senso negli anni ’30, ’40, ’50. Era un concetto importante perché chi arrivava doveva capire il territorio: gli alpini nascono come gruppo di difesa territoriale. Proprio per questo non esisteva il meridionalismo. Il 70-80% della gente di Varese, che lo volesse o no, veniva spedita a fare l’alpino». Nei suoi anni se mai si vedevano i primi meridionali di seconda generazione, quelli cioè che risultavano residenti a Varese perché arrivati con i genitori prima dei 18 anni. «Il reclutamento teneva conto soltanto della residenza. Quando arrivavano i genitori avevano già passato l’età del militare e i figli avevano 10-15 anni, quindi quando entravano in caserma avevano già avuto il tempo di adeguarsi alla nostra cultura, a quell’età ci riuscivano facilmente». Adesso invece le cose sono cambiate. Un po’ per la professionalizzazione, un po’ per le esigenze “sul campo”. «Se lanciano un bomba da Berlino la fanno arrivare a Milano: è chiaro che il ruolo degli alpini è cambiato». Lo “spirito alpino” invece è un’altra cosa. «Era quello che nasceva nei battaglioni ed esiste ancora, si traduce nel servizio alla comunità», spiega l’alpino. E non è un caso, sottolinea, che molti della sua associazione siano impegnati nella protezione civile. «Non è un impegno dato dalla territorialità, è dato dalla testa degli uomini. E’ la società ad essere cambiata perché sono tutti più individualisti e la solidarietà non sanno dove sia. Non so quanto valga la provenienza a questo punto, pensino piuttosto a fare selezioni serie».Francesca Manfredi
s.bartolini
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