In salita controvento Una vita alla Basso

In salita controvento Una vita alla Basso

VARESE Un uomo migliore, un marito migliore, un papà migliore: non stiamo parlando di Basso ma della sensazione che ognuno può avere di se stesso dopo avere chiuso l’ultima pagina di questo che non è un libro ma uno schiaffo di vita nelle tenebre. O, come consiglia suor Genny a Ivan quando in gioco c’è molto più di una carriera sportiva, è un’aria leggera che avrebbe smesso di soffiare se non avesse trovato sul suo cammino la figlia Domitilla da accompagnare all’asilo come un padre normale, il pannolino da cambiare a Santiago, il pane da imburrare alla moglie. Non sono i molti trionfi e neppure la sconfitta totale del doping a fare la differenza ma gli snodi e la via della salvezza che a tutti noi verrebbe voglia di imboccare davanti al crollo di sé quasi bruciante, alle ferite in cui infilare la mano mostrate da Basso. Le gambe dure dall’emozione e il cuore in gola come all’incrocio della salita più alta: invece siamo davanti all’anima nuda di un uomo che, svestita dall’inganno e dall’ossessione della vittoria, trova riparo, confino e confini inimmaginabili. Se non avete più appigli a cui aggrapparvi, ne troverete. Se pensate di avere già conquistato ogni emozione, preparatevi a conoscerne di migliori. Se non credete nella forza delle persone che avete accanto e in quella delle parole, siate pronti a pentirvi. Ma dovrete prima accomodarvi sull’ascensore per l’inferno e scendere fino a toccare il momento più terribile ma allo stesso tempo una riga sopra a tutto quello che fino ad allora era stato. Su quell’ascensore conoscerete Eufemiano Fuentes mentre s’insinua disperato nella vostra vita chiedendo aiuto per una figlia malata di tumore agli occhi. E vi farete trascinare giù dall’ossessione folle di vincere il Tour, quasi una malattia nata il giorno in cui Lance Armstrong, sul podio di Parigi, vi indica come suo erede. Quelle parole, rimbombando in testa ogni giorno e ogni notte, ammalano il cuore d’ambizione, portandovi tre volte a Madrid nello studio di Fuentes. Per farvi togliere il sangue e lasciarlo là, dove uno stregone lo avrebbe arricchito per volare in salita. E mentre andate là, tenete spento il cervello, pensando: «Chissefrega. Figurarsi se beccano me». E continuerete a sentirvi una brava persona. Un uomo onesto. «In fondo non sto uccidendo nessuno». Che prova a farla franca e a mentire anche davanti all’evidenza per restare vivo. Perché l’unico modo è quello di credere che comunque tornerà in sella, in mezzo al gruppo, con un numero attaccato alla schiena. In questo momento Basso è quasi Pantani ma, cadendo dal punto più alto del cielo, almeno

lui trova una mano che lo afferra, a cui poi se ne aggiungono altre. La mano della moglie Micaela.«Ivan, fai le valigie. Te ne torni a casa». Quando viene cacciato dal Tour il 30 giugno 2006 perché nelle sacche di sangue di Fuentes viene trovato il nome del suo cane Birillo, Basso chiama la moglie e gli dice: «Amore, sto tornando». «Ti aspetto».Arriva a casa mentre Santiago e Domitilla dormono. Micaela, seduta sul divano, lo guarda: «Dimmi solo una cosa. E’ tutto vero?». «Sì, è tutto vero». E’ quello l’istante in cui un peso enorme, il peso di non avere mai detto la verità, scivola dalle spalle di un uomo lasciandolo svuotato e leggero, molto più leggero. Ivan e sua moglie parlano tutta la notte, piangendo tra il rimorso e la serenità ritrovata. «Ho capito che Micaela sarebbe rimasta al mio fianco. E che non sarei morto». Avrebbe potuto prenderlo a schiaffi, vestire i bambini e portarli via, lasciarlo, sputargli in faccia: lui le aveva mentito. Invece è rimasta, lo ha ascoltato e ha difeso la sua famiglia. Ha avuto la forza di riaprirsi e di farsi riconquistare, giorno dopo giorno. Gesto dopo gesto. «E’ come se dopo quella notte avessimo ricominciato a corteggiarci. Ha conosciuto un Ivan nuovo. Si è innamorata dell’uomo che era stato a un passo dal baratro e aveva avuto la forza di risalire». Se quella sera Micaela non fosse stata seduta sul divano, con lui, ad ascoltarlo, oggi Basso non sarebbe qui. Nel periodo della squalifica e della depressione, tutti i giorni fuori da casa Basso si radunava un gruppetto di cicloamatori: lo aspettavano dietro quel cancello chiuso e quelle serrande abbassate. Aspettavano e poi, scrollando il capo, andavano via: «Anche oggi l’Ivan non esce». Però tornavano il giorno dopo. «Una mattina, mi sono buttato sul divano: in pigiama, senza nemmeno essermi lavato. Micaela si è messa davanti a me, e mi ha guardato come mai aveva fatto prima». «Ivan, cosa stai facendo?». Poi gli ha dato i pantaloncini, una maglia, calze e scarpette da ciclista. E lo ha spedito fuori. «Controvoglia, schifato, ho aperto il cancello. Loro erano ancora là fuori, e vedendomi, hanno detto soltanto “dai che si va”».Dai che si va, anche dopo essersi fermati. Sbagliamo tutti, ma Basso ci dice che dagli errori può nascere la cosa più bella della nostra vita. Che nessuno ha il diritto di sentirsi migliore di qualcun altro, perché anche il migliore può diventare il peggiore, o viceversa. E che, per quanto piccola sia una maglia rosa, ce ne può essere un pezzetto per tutti.Andrea Confalonieri

e.romano

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