VARESE Apoteosi varesina nella serata più importante degli ultimi quattro anni: nella serata più bella, più attesa, più vissuta. Verrebbe voglia di tirare fuori la solita storia di Davide che batte Golia, dei piccoli che schiantano i grandi, degli operai che spernacchiano i padroni. No: parliamo d’altro. Parliamo di un palazzetto che non vedevamo così immenso da qualche anno e che in questi anni è mancato terribilmente: a noi, ma anche alla squadra. Quattromilaseicentoventuno spettatori, tutti indemoniati, tutti vincitori, tutti eroi, tutti attori in quella magica coreografia che ha colorato di biancorosso il mondo intero. Parliamo di una squadra capace di stupire ancora, di emozionare ed emozionarsi. In spogliatoio (testimone Galanda) tra le pacche sulla spalla e la spina di Carlsberg che andava a mille i giocatori si guardavano e si ripetevano: «Ma quanto è bello giocare a Varese?». Parliamo di un allenatore come Recalcati
che ieri ha tagliato il traguardo delle seicento (600) vittorie in serie A, e l’ha tagliato stravincendo senza appello il duello contro Dan Peterson, ieri apparso tristemente lontano dal drago delle panchine che fu. Parliamo di un giocatore, anzi di due, anzi di tre. Partendo, si fa per dire, dal basso. Rok Stipvevic è arrivato un paio di mesi fa per ribaltare la squadra come un calzino e portarla a sei vittorie in otto partite: magari è un caso, ma secondo noi no. Phil Goss che ieri ha giocato un derby come se ne avesse già giocati cento, capace di capire alla perfezione tutto quello che bisogna fare per vincere partite così. Kristjan Kangur, semplicemente inarrestabile, purtroppo sempre più lontano da Varese (davvero difficile sperare di trattenere uno così): l’unico tra i giocatori in campo a calzare le scarpe rosse. Paradossi di un derby. Francesco Caielli
e.romano
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