La “Padania Libera” vent’anni dopo. Cosa rimane dell’indipendentismo?

L’anniversario - Nel ’96 Bossi proclamava la secessione. Salvini parla a tutti gli italiani

-«Noi, popoli della Padania, solennemente proclamiamo: la Padania è una Repubblica federale indipendente e sovrana. Noi offriamo, gli uni agli altri, a scambievole pegno, le nostre vite, le nostre fortune e il nostro sacro onore». Con queste parole, il 15 settembre del 1996, a Venezia, il segretario federale della Lega Nord Umberto Bossi proclamò la “dichiarazione d’indipendenza della Padania”. In questi vent’anni, la Lega ha abbandonato la proposta politica della secessione ed è stata per due volte al governo nazionale,

poi Bossi ha lasciato le redini prima a Maroni e poi Salvini, che oggi sta esportando il Carroccio al Sud e sta facendo virare le politiche del movimento decisamente sui temi del contrasto all’immigrazione e dell’antieuropeismo. «Ma quello spirito della dichiarazione d’indipendenza del ’96 è ancora vivo, soprattutto nei leghisti della “vecchia guardia” – spiega Giuseppe Longhin, leghista dal 1987, oggi consigliere provinciale e presidente dell’associazione indipendentista “300 Lombardi” -, l’autonomia e il federalismo sono ancora la soluzione giusta ai nostri problemi, perché l’Italia è

la stessa di vent’anni fa, anzi economicamente è peggiorata, mentre i decreti del federalismo sono lì fermi in Parlamento». La “nazionalizzazione” della Lega, per Longhin, non è la strada: «Credo sia giusto che ci siano una Lega Lombarda, una Veneta, una Toscana, una Siciliana. Perché gli Stati federali sono quelli che funzionano meglio in tutto il mondo. E questo non è incompatibile con le battaglie che la Lega sta facendo contro l’immigrazione e questa Europa». Eppure il dibattito all’interno del movimento è più che mai vivo. Lo dimostrano le stoccate di Umberto Bossi nei confronti della Lega “nazionale” di Matteo Salvini. E il “vecchio Capo” ieri a Somma Lombardo rinverdiva il tema della «schiavitù del Nord», tuonando come ai vecchi tempi contro «Roma che, come sempre nella storia, ci tiene in schiavitù». Ma è un fatto che, a vent’anni da Venezia e dell’ampolla del Dio Po sul Monviso, sventolano sempre meno “Soli delle Alpi” e si parla sempre meno di autonomia, al di là del referendum proclamato da Roberto Maroni. Un dibattito sull’identità della Lega, se più territoriale e autonomista o piuttosto populista e identitaria. «Chi diceva che Frauke Petry sbagliava ad affiancare le tematiche anti-islamiste e anti-immigrazione a quelle originarie della lotta alle tasse e alla burocrazia, ha capito poco – fa notare Max Ferrari, già direttore di TelePadania e fautore della linea “salviniana”, alla luce dell’esito delle elezioni in Meclemburgo, nell’ex Germania Est, che hanno visto avanzare la destra anti-migranti a scapito del partito della cancelliera Merkel -. In Germania ha vinto la reazione all’occupazione non i calcoli, sballati, da diplomato ragioniere». Ma per il leader Matteo Salvini «la Lega è una».