La sorella di Giuseppe Uva “Riaprite le indagini”

La sorella di Giuseppe Uva “Riaprite le indagini”

VARESE «In questi giorni sto ricevendo grandi attestati di solidarietà. Mi ha chiamato Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano. E mi ha chiamato Patrizia Adrovandi, la mamma di Federico». Lucia Uva, la sorella di Giuseppe, è al centro di un uragano mediatico. La morte di suo fratello, deceduto nell’ospedale di Varese in circostanze misteriose il 14 giugno 2008, è diventata un caso nazionale. Ma lei non si tira indietro davanti a microfoni e telecamere. «Andrò fino in fondo – dice – Voglio giustizia per mio fratello. Voglio la verità. Qualunque essa sia».Il procuratore capo di Varese Maurizio Grigo difende l’operato dei suoi pm e assicura che la magistratura ha compiuto e compirà tutti gli atti necessari per appurare che cosa sia realmente accaduto in quella tragica notte. Ma Lucia Uva, dopo quasi due anni di attesa, non nasconde i suoi dubbi. «Se davvero la magistratura ha davvero lavorato bene, allora perché non è mai stato sentito il carabiniere che ha preso mio fratello e che ha mostrato di avercela così tanto con lui? Perché non si è mai indagato sui motivi di questo odio?». «Perché – domanda ancora – l’altro carabiniere, quello più giovane che era alla guida dell’auto, è stato trasferito 15 giorni dopo la morte di mio fratello? Forse perché aveva dei rimorsi e non si voleva che parlasse?». «Perché – continua – per bloccare mio fratello, un uomo di 69 chili che aveva offerto lui stesso i polsi perché venisse arrestato, è stato chiesto l’aiuto di una volante della polizia, e poi di un’altra e di un’altra ancora?».La voce di Lucia Uva è colma di dolore e di indignazione: «Perché quando Alberto (l’amico di Uva che era stato portato al comando di via Saffi con lui, ndr) ha chiamato il 118 perché venisse a soccorrere mio fratello in

caserma, il piantone dei carabinieri ha bloccato l’arrivo dell’ambulanza? Se i medici fossero arrivati in caserma alle 4 di mattina, quando erano stati chiamati, probabilmente Giuseppe sarebbe ancora vivo».Secondo Lucia Uva e l’amico Alberto, l’artigiano 43enne sarebbe stato massacrato in caserma. Secondo la versione delle forze dell’ordine, l’uomo avrebbe invece compiuto atti di autolesionismo. «Se davvero fosse stato così – obietta la sorella – allora perché nel referto che documenta l’arrivo di mio fratello in ospedale non si fa nessun riferimento alle lesioni?».Giuseppe Uva aveva problemi di alcol. Nel febbraio 2008 gli era stata ritirata la patente per guida in stato di ebbrezza. Ma fra i suoi precedenti figurano anche associazione per delinquere, truffa e porto abusivo d’armi. «L’associazione a delinquere risale al 1990 – rimarca Lucia – ma non era mai stato condannato. A quei tempi aveva una piccola ditta con un socio, ma era andata male, si era creato un buco. Bancarotta? No, niente di così grave». E il porto abusivo d’arma? «Era un coltellino multiuso – risponde – un coltellino da cantiere». Intanto Fabio Anselmo, l’avvocato che patrocina Lucia Uva, fa sapere che chiederà di nuovo la riesumazione del corpo perché venga effettuata «un’autopsia più accurata». Il primo esame, infatti, sarebbe lacunoso: mancano, per esempio, le radiografie a braccia, gambe e tronco.Allo stato delle indagini, sembra che l’artigiano sia morto a causa di un trattamento sanitario obbligatorio compiuto con farmaci sbagliati. Ma la famiglia non crede a questa versione. O meglio: teme che le medicine possano aver avuto ragione di un fisico già debilitato dalle percosse. «I due medici indagati non hanno assistito a quello che è accaduto in caserma prima del ricovero – afferma il legale – secondo noi un pestaggio comprovato dalle fratture alla colonna vertebrale e dalle lesioni allo scroto riscontrate sul corpo di Uva».Enrico Romanò

e.marletta

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