Che fine ha fatto la Varese sonnecchiosa, quella in grado di digerire tutto, anche le decisioni più insensate?
La città torpida, incapace di slanci e di indignazione che si è crogiolata nel suo letargo nella seconda metà del secolo scorso?
Sembra, finalmente, scomparsa, travolta da tutto questo fiorire di discussioni, di comitati, di raccolte di firme.
Si polemizza sul futuro di piazza Repubblica, sulle mura pericolanti della ex caserma, sul destino dell’area dove sorge il teatro che qualche buontempone quasi tre lustri fa aveva qualificato “provvisorio”.
Ci si accende sull’utilità e sulla sostenibilità economica del parcheggio interrato alla prima Cappella con tanto di dibattito televisivo fra i due contendenti: da una parte il sindaco che difende le scelte della sua giunta, dall’altra il capofila del comitato che ha raccolto in poco tempo più di 4.000 firme contrarie all’opera.
Mai, in passato, si era assistito a un match in diretta sul futuro di un angolo di Varese, e non solo perché mancavano i guizzi da cronista di Matteo Inzaghi e della tv che dirige.
E che dire del confronto che oppone i fautori del polo materno infantile all’Ospedale del Ponte a quelli che invece sostengono che l’Ospedale di Circolo. a poche centinaia di metri, potrebbe tranquillamente ospitare la nuova struttura con notevoli risparmi e, probabilmente, servizi ancora più efficienti? Per tacere delle sollevazioni provocate dal progetto di un parcheggio interrato nel parco di Villa Augusta e dalla bretella di collegamento tra via Gasparotto e viale Borri.
La Varese paciosa sembra aver perso la pazienza e reagisce su tutto quello che non la convince. E’ però necessario chiedersi il perché di questa nuova resistenza alle scelte amministrative. Se sia cioè il frutto del nervosismo diffuso, quello che fa litigare per un colpo di clacson al semaforo o per il protrarsi dell’attesa al pronto soccorso. O se sia invece conseguenza di una crescita civile che non accetta più supinamente le decisioni di chi governa, ma chiede ascolto, confronto, argomentazione. E’ quello che accade con i figli: prima di diventare adulti, nella turbolenta fase dell’adolescenza, contestano ogni obbligo, ogni scelta, ogni imposizione. A volte semplicemente per partito preso, altre volte a ragione. E genitori intelligenti sanno approfittare di queste piccole rivolte per adeguare il percorso educativo modellandolo sui loro ragazzi.
Resta però anche il sospetto che questo ribollire sia l’effetto del vuoto politico con il quale, ormai da diversi anni, siamo costretti a fare i conti da Vipiteno a Lampedusa. I tanto vituperati partiti sapevano interpretare i mugugni e i mal di pancia della base, riuscivano a incanalare il dissenso fino a trasformarlo in proposta politica. Oggi lo scollamento tra chi vota e chi è votato è sotto gli occhi di tutti. Limitarsi a rispondere, come fa qualche amministratore, che le decisioni sono state prese in modo trasparente e che tornare indietro non è possibile, non fa che acuire questo distacco. E nessuno si illuda che 4.000 firme sono poche se messe a confronto con il totale dei cittadini varesini. Sono un’enormità che deve far riflettere tutti, al di là del motivo contingente che le ha provocate.
Un’analisi alla quale non può sottrarsi nessuno, né la maggioranza, né l’opposizione. Entrambe, se si sfaldasse anche quell’esile filo che le lega ancora alla società civile, rischierebbero di cadere nel vuoto.
Marco Dal Fior
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