Guardate qui: c’è un sogno che – come una maledizione tramandata, negli ultimi anni – si è defilato sul finale, e l’aria è scossa da un applauso surreale. Le lacrime? Non si trattengono, è chiaro. Ma è un’atmosfera strana, quella di una finalissima in cui la Pro Patria si affacciava per ritornare nella Prima Divisione: tutto, in questi travolgenti mesi, ci era parso così confuso e nello stesso tempo lampante, che non abbiamo voluto o potuto concentrarci sul traguardo della promozione. La volevamo, ah se la volevamo. Eppure nei nostri cuori veniva superata ogni giorno da altri pensieri. Ma guarda che Busto sorda al tracollo societario della sua squadra simbolo, quella che conoscono in ogni angolo del Paese. Ma guarda che ragazzi straordinari, che mister: di sangue bustocco non hanno neanche una goccia, tuttavia sembrano essere più “nostri” di tanti concittadini. Stanno lottando per l’onore, per l’orgoglio, per la sopravvivenza: una trasposizione in tempi moderni (e in un mondo che tutto è tranne che un modello, quello del calcio) di ciò che ci avevano insegnato i nostri avi.Ci siamo sempre dichiarati fieri e tranquilli. A maggior ragione in questi folli giorni, in cui il vortice delle scommesse è tornato a scuotere l’Italia. Non la Busto di oggi (sull’altro ieri, e su una certa finale, stendiamo un velo che non vuole essere pietoso), non il Varesotto. Non ha vinto la Pro Patria, eppure sì. Ha lottato contro tutti, compresa la Lega Pro, comprese le società blateranti a cui auguriamo di non trovarsi mai nelle nostre stesse condizioni. Compresa una fetta troppo vasta del territorio, che facilmente fa di ogni erba un fascio e ha pensato
che la Pro è il calcio, dunque un nugolo di giocatori viziati, senza abbassarsi a dare una sbirciatina allo Speroni. Che non ha dedicato mezzo nanosecondo a un’idea: perdendo il bianco e il blu la tavolozza delle sue radici diventava irrimediabilmente grigia, e il suo futuro – sportivo e non solo – si sarebbe tinto di banalità.Compresa la politica, che sarà stata incoronata di nuovo (ma si chiama affidamento di responsabilità, non di tribunette), però ha incassato una pessima figura in questi mesi allo Speroni, salvo rare e lodevoli eccezioni.Bisogna capirli… sono tutti impegnati a volare alto, anche se magari non sanno dove. Noi abbiamo trascorso ogni giorno con i piedi affondati nell’erba del nostro campo. A volte era gelida, altre fradicia; spesso abbiamo seguito la palla o la zampata di un tigrotto, per non guardarci negli occhi e leggervi lo sconforto.Ci siamo accorti a poco a poco della forza che cresceva, come i capelli di Sansone. Rinasceva una squadra. Quella vera, totale, di una Busto ormai ridotta ma compatta. La Storia può attendere, ma la storia vera non può essere scritta nella sua completezza. Ci hanno traditi in molti, ma molti di più ci hanno soccorso. Chi con i pochi spiccioli che poteva, chi offrendo il pranzo ai ragazzi o pagando la trasferta, chi con uno spettacolo di cabaret (ridiamo di chi non crede in noi), chi con la propria presenza.E’ vero, se ci fosse stata giustizia, oggi celebreremmo la promozione. La giustizia ce l’hanno negata da un pezzo. Ma oggi siamo qui e vogliamo esserci ancora. Questo significa essere tigri, e questo non ce lo può (si spera) portare via nessuno.Marilena Lualdi
m.lualdi
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