Ci sono i bimbi delle elementari vestiti della blusa blu, con i nomi ricamati in bianco, composti e compunti: osservarli è una macchina del tempo per chi bimbo non lo è più da un pezzo ma lo è stato proprio in questi luoghi.
Ci sono i loro fratelli più grandi, in piedi o nel coro, coloro che ogni giorno godevano di quella grazia ferma e determinata che oggi è immanente nella mente di tutti.
La palestra della Casa Maria Ausiliatrice è strapiena ed è l’unico luogo immaginabile nei paraggi per raccogliere la grandezza dell’ultimo saluto a Suor .
La gioventù era la sua linfa vitale, la ragione più importante della sua opera di religiosa sposata all’aiuto del prossimo: ed è allora normale che siano soprattutto i ragazzi a renderle omaggio.
C’è grande commozione e non potrebbe essere altrimenti; si piange per una mancanza, ma soprattutto perché la partecipazione nel ricordare ciò che ha significato per tutti coloro che l’hanno incontrata è troppo piena per non prorompere. Si commuove anche monsignor , officiante alla funzione, quando ricorda che «suor Oddina se ne è andata in punta di piedi, con la stessa discrezione del suo vivere, aspettando che finisse il giorno di festa per i 50 anni dell’istituto di Casbeno».
All’offertorio vengono portati un registro di classe ed un pallone da volley, due oggetti che racchiudono la doppia dimensione di quanto suor Oddina donava: lei educava non solo tra i banchi, ma soprattutto immergendosi nella realtà, nei problemi veri di tutti i suoi figli.
Un don Bosco enorme guarda da una parete con quel sorriso che qui tutti hanno già visto dipinto in lei.
Sotto risuonano le ultime parole di commiato alla religiosa: la ricordano le sue sorelle salesiane, poi le ex allieve diventate grandi sotto la sua ala protettiva e da lei mai abbandonate.
Lo fanno i suoi giovani, da oggi un po’ più soli. Ognuno riporta un pezzo del cammino percorso a fianco di Oddina, le orme incancellabili di una strada da serbare nel cuore.
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